— Valeva sei mila scudi, balbettò Cosimo.

— Così poco! una cascina in cui mi ricordo d’essermi smarrita quand’ero bambina.... Tu sbagli Cosimo... e allora Giuncheddu, il mio piccolo Giuncheddu di Sorso, quanto dovrebbe valere?

— Era costato mille scudi.

— Mille scudi soltanto! il suo rivo, la sua sorgente freschissima, i suoi quattro pioppi, tutto per mille scudi! Beatrice cara, la lista della sarta pel carnevale passato non era appunto di mille scudi?

— Cinquemila e ottanta franchi, rispose Beatrice prontamente; gli ottanta franchi non gli abbiamo pagati, se ne ricorda? E sono stata io a sostenere che le cifre devono essere tonde. Madame Josephine diceva di no, che è un pregiudizio, ma io le feci notare che anche i pregiudizii bisogna rispettarli.

— Bambina! disse la contessa Veronica con un sorriso indulgente, poi mutando accento: ricapitoliamo: in Sassari... Serra Secca, non me lo dimentico più, finchè campo, il mulino, la casa grande, le case terrene e... nient’altro... Proprio nient’altro?

— L’orto di Acqua Chiara.

— Ah! sì, l’orto e l’aranceto... quanti aranci vi ho sbucciato! Me ne ricordo, mi piaceva sbucciarli e poi infastidivo ad uno ad uno tutti gli amici di casa perchè li mangiassero... Cosimo, ci ho dell’altro nel territorio di Sassari?

Cosimo fece di no col capo.

— Sono povera! disse l’inferma con un sorriso di compiacenza. Sono povera a Sassari! Andiamo a Ploaghe.... i nostri antenati avevano là il feudo.... a noi è rimasto... che cosa è rimasto, Cosimo?