— Un campo a pascolo, qualche terreno arativo...
La contessa per ascoltare meglio aveva chiuso gli occhi, ma suo figlio sembrava fare una strana fatica a contentarla.
— Un oliveto...
— Ci è dell’altro... il palazzo della galleria, dove i miei passi di bambina sembravano animare i quadri appesi alle pareti; io camminava su e giù come una piccola castellana, e gli antenati mi venivano dietro a passi sonori... era l’eco.
Tacque un momento per guardare ad occhi chiusi in quel tempo lontano, poi mormorò: — Ho fatto male ad abbandonare tutte quelle brave persone, volevano bene alla loro nipotina, la guardavano con indulgenza, me ne ricordo; ce n’era uno, il vescovo Giaime de Nardi, che non mi perdeva mai di vista un momento; dovunque andassi, mi accompagnava coll’occhio.... Mi dava noia qualche volta e qualche volta mi faceva perfino paura.... quando era sola.... Nella mia testa di bimba non poteva entrare che un vescovo dipinto movesse gli occhi come le Madonne. Aspettate, ora mi affaccio all’uscio per pigliarlo alla sprovveduta, come facevo allora; eccolo, è sempre lì ed ha gli occhi fissi sopra di me, e colle due dita alzate per benedire ha l’aria di dirmi che egli la sa lunga e che non gliela posso fare... Bei tempi! sospirò.
Nessuno le rispose; il conte Cosimo teneva le labbra strette e tormentava la catena del proprio orologio con tutte e due le mani. Beatrice veniva guardando ora la madre ora il figlio.
— E il nuraghe? esclamò ad un tratto l’inferma, che cosa ne abbiamo fatto del nuraghe?
— Quello non muta, rispose Cosimo con uno strano accento; ci è ancora.
— Quand’ero fanciulla, disse la contessa, avevo deciso di farne il sepolcro di famiglia, ora non mi piacerebbe più essere sepolta sotto quel mucchio di macigni, e nemmeno a Ploaghe mi piacerebbe essere sepolta... Dove mi piacerebbe? Non lo so nemmen io.
Chiuse un’altra volta gli occhi e parve addormentarsi. Cosimo guardava innanzi a sè, come chi fissa un’immagine del proprio pensiero; la contessina Beatrice si moveva lentamente, senza far rumore, andava di qua e di là per la camera, con certe mosse di uccelletto in gabbia, facendo nascere l’ordine e la simmetria dove metteva le manine bianche. A un certo punto, dopo d’aver ottenuto un risultato mirabile, col semplice spostamento d’una sedia e senza fare il minimo rumore per non destare l’ammalata, la vaga donnina cercò nel volto del marito un sorriso od almeno uno sguardo d’approvazione, ed ebbe l’uno e l’altro, e parve contenta e proseguì l’opera sua, non badando a leggere il pensiero che rimaneva sul volto del marito quando il sorriso si era cancellato. Quel pensiero diceva: «La pazzerella ama l’ordine, è la sua monomania; amore di gran dama per un borghesuccio spiantato, la metterà in rovina.»