— Bice, insistè il conte, accarezzandole il viso con una mano, ho bisogno che oggi tu mi voglia bene più che ieri, più che in tutto il nostro tempo passato. Ti esenti capace di volermi bene così?
La povera donna non ebbe la forza di rispondere; suo marito, allungando la mano che non le aveva fatto le carezze, disse semplicemente: «leggi questa lettera!.....»
Beatrice aprì quel foglio con mani tremanti per la commozione e per l’impazienza; non lesse nulla, non vide nulla, altro che un nome in fondo alla pagina — Nenna — e si buttò al collo del marito, mormorando fra le lagrime: «grazie! grazie! ora sono felice!»
La lettera di Nenna, scritta in grossi caratteri, fra due linee, come i componimenti di scuola, diceva:
«Caro signor Conte,
«Mia mamma dice che io le devo scrivere, perchè lei è il nostro protettore, e noi le vogliamo molto bene. Dice che a lei faranno piacere le nostre notizie, che sono buone. Mia mamma è stata un po’ malata, e ora sta bene; io ho otto anni compiti e lavoro già nel circo; faccio la rana, e mi battono le mani; ho anche imparato a leggere ed a scrivere, e vado sempre a scuola, ma mi piace più andare a cavallo. Babbo Niccola m’insegna la ginnastica; l’hanno chiamato in Sardegna, in un paese che si chiama Oristano, e mi vuol condurre con sè. La mamma mi lascia andare; dunque presto mi potrà veder lavorare nel Circo. La mamma dice che lei ne avrà piacere. La mamma la saluta tanto tanto, ed io le do un bacio e sono la sua
Nenna.»
XIII.
Era proprio come nel sogno; suo marito le diceva tutto, il quando, il come ed il perchè aveva fatto la corte alla bella funambola; e questa confessione spinosa non pareva costargli fatica. Egli parlava in terza persona, e Beatrice poteva quasi credere che si trattasse d’un altro. Dunque quel... giovinastro aveva visto la funambola celebrata. Era bella? — Sì, era bella — Com’era? Che sorta di bellezza? — Ah! quanto a questo, una bellezza volgare, una biondona; ma ciò importava poco; l’importante era che tutti la dicessero bella. — È vero, l’importante era questo.... E poi? — Dunque quel giovinastro aveva visto la biondona, al Circo; i suoi compagni si divertivano a spacciar storielle sopra l’invulnerabilità di quell’artista. I più vecchi seduttori, dicevano, se n’erano tornati colle pive nel sacco. Perchè sono vecchi! aveva esclamato il giovinastro. — Bravo! — Scommetti? — Scommettiamo. Il giovinastro, senza perder tempo, si era accinto all’opera, ed aveva vinto la scommessa. — Si era accinto all’opera!... Ma come aveva fatto? — Era andato in casa della funambola. — E che cosa le aveva detto?... — Ah! chi se ne ricorda? qualche bugìa. Il giovinastro era ricco, poteva spendere — almeno così credeva — la funambola si era data vinta. Un bel trionfo!