Beatrice, che aveva ancora dieci domande sulla punta della lingua, non volle essere indiscreta, ed aspettò che il resto della confidenza venisse da sè.

— Abbrevio, disse Cosimo.

Il giovinastro, dopo aver speso un poco di denaro, aveva ritrovato la propria dignità smarrita; l’aveva ritrovata in casa della funambola, un giorno che il suo buon angelo l’ebbe messo faccia a faccia con un compagno di scuola; già un’altra volta il suo buon angelo l’aveva messo faccia a faccia con quel compagno di scuola, ma sulle scale soltanto. — Il giovinastro fece giudizio; applaudì ancora la funambola, l’applaudì più forte degli altri, perchè si facesse palese che non le serbava alcun rancore, poi la piantò. Gran collera della funambola. — E poi? — E poi una minaccia orrenda, che fece tremare il giovinetto pentito, la minaccia d’averlo fatto padre! Padre! Padre della creatura di una donna simile! Era un’idea insopportabile. Più fanciullo che non si fosse sentito mai, il disgraziato vide ancora la mala femmina, e non fu buono con essa, no, non fu buono, non poteva essere buono; le rinfacciò i vizii, le tresche, e le disse che era bugiarda. — La funambola non si scompose; comprese il tumulto di quella coscienza, e vi gettò un forse, che ne crebbe lo scompiglio. — È vero, disse, posso sbagliare, ma io sento che è tuoTuo! — Sì, essa diceva tuo — Ah!... e poi? — Quel fanciullone, a cui una simile paternità metteva ribrezzo, e il dubbio, orrore, passò allora i brutti giorni della sua vita — divenne uomo. Finalmente la triste femmina gli annunziò da Pavia la nascita d’una bambina. — E che fece il disgraziato? Mandò del denaro e una parola sola, sempre la stessa parola cattiva: bugiarda! Poi gli venne un’idea, interrogare il registro battesimale della parrocchia. Nenna era inscritta come figlia di padre ignoto... Ma avendo contato dalla nascita di Nenna fino al giorno in cui egli aveva voltato le spalle a Cesira, il conte Cosimo rialzò la fronte, perchè egli comprese di non poter essere quel padre. E poi? Poi, chinò la fronte nuovamente, pensando che se gli veniva risparmiata la peggiore vergogna che possa colpire la coscienza umana, una paternità incerta, egli aveva però meritato quella punizione. — Quanti anni aveva allora Silvio? — Ventidue. — E Beatrice fece sorridere suo marito, domandandogli se credeva che di giovani sicuri di non meritare quella punizione ne rimanessero ancora molti dopo i ventidue anni. — Forse pochi. — Avanti, e poi? — Poi quella donna non si era stancata di perseguitarlo, facendo servire la propria creatura al peggiore dei ricatti. Aveva voluto discutere, e quando Ambrogio era andato a dirle che il signor conte aveva visto l’atto di nascita della bambina, la triste femmina non si era data vinta. La sua Nenna l’avevano portata al battistero molti giorni dopo la nascita — ecco — essa era pronta a giurarlo sul battesimo di sua figlia. Poi il conte si era sposato ad una fanciulla adorata; poi la funambola era caduta dal trapezio e si era rotta una gamba; e quell’altro, continuando a pagare la sua scappatella...

— Il resto lo so, disse Beatrice.

— Come lo sai?

— Questa lettera mi lascia intendere tutto.

Ma si era fatta rossa, perchè le sue guance non erano avvezze alla menzogna; e Cosimo indovinò il segreto di sua moglie.

— Non ti offende? — No, non lo offendeva; gli faceva bene, era contento di riconoscere la forza sotto le sembianze della debolezza, di ritrovare una carezza quasi materna, celata sotto il riso quasi infantile.

— Ed ora che fai? chiese Beatrice.

— Dillo tu.