XIV.
Fin dalla vigilia del gran giorno, l’antico cuoco aveva sentito una voce, che lo chiamava in cucina. Disgraziatamente era questa la parte più trascurata di Speranza nostra; il fornello aveva sei buche quadre ed una tonda e più ampia per la caldaia dell’acqua calda; ma a quattro buche mancavano le gratelle da reggere il carbone; l’ingegnoso Giovanni, dopo essere stato un pezzetto in contemplazione dinanzi a quelle buche rovinate, trovò il verso di farle servire ancora, adattandovi dei treppiedi di ferro. Ma ahi! non il fornello soltanto era in quello stato miserrimo; alcuni utensili della cucina, guardati da vicino, apparvero ridotti in peggior condizione; la mezza luna aveva perduto le impugnature, ed era impossibile adoperarla senza bucarsi le mani come un Cristo; la grattugia era sventrata, lo staccio fesso; rimaneva il mortaio di pietra, ma si cercava invano il pestello, che, per essere di legno, era andato a finire nella bocca del camino una notte d’inverno, insieme col matterello e col tagliere; il calderotto non aveva manico; la gratella era zoppa. Giovanni, invocando il suo santo patrono perchè gli desse lume e pazienza, riuscì a conficcare due pezzi di legno nei codoli della mezzaluna, fabbricò colle proprie mani un matterello di canna, rammendò lo staccio, diede una gruccia alla gratella; poi chiamò a sè il professor Silvio, lo trasse con dolce violenza ad ammirare le meraviglie di cui era stata capace la disperazione d’un cuoco, e si fece promettere solennemente che in avvenire si sarebbe anche pensato a riadattare e rifornire la cucina. Egli diceva ed aveva ragione:
«Se mia madre, buon’anima, nel cucinare il signor me, si fosse dimenticata di mettermi un po’ di sale in zucca, come avrei fatto io domani?»
Domani era il gran giorno; era la festa di san Giovanni.
Beatrice aveva promesso di andare a Speranza Nostra di buon mattino, di rimanervi tutta la giornata e passarvi anche la notte. La sera, sulla spianata dinanzi alla casa, si doveva accendere un gran fuoco e fare i compari e le comari di san Giovanni.
Infatti verso le nove del mattino tutta la comitiva era radunata dinanzi alla casa a bere il latte caldo; vi era Ambrogio colla sua buona faccia rugosa; vi era Angela, con una gran voglia di correre; vi era Annetta, tutta vezzi e moine, disposta a far la bimba per divertire la signorina; e vi era Cecchino Misirolli, il quale offriva umilmente i propri servigi al cuoco. Silvio, salutata appena la contessa, si mise ai panni di Cosimo, per cui sentiva una tenerezza grande; il falso Efisio Pacis si impadronì di sua figlia, e col pretesto di farle vedere un nido di ghiandaie le propose di condurla fino al querceto.
Un’ora dopo erano tutti sparpagliati per il podere, e Speranza Nostra echeggiava di grida di richiamo. Non rimasero nella casa altri che Giovanni e Cecchino in gran faccende per il desinare. Prima del mezzodì giunsero i pochi invitati. Erano conoscenze recenti: il notaio Pirisi che aveva fatto il contratto di compravendita del podere; l’ingegnere Costa, che aveva assistito il conte Cosimo nei lavori del mulino; due giovani avvocati; il dottor Cubello, proprietario d’una vigna vicina a Speranza Nostra, che era stato molto ostile nella faccenda delle acque, ma che in ultimo aveva permesso agli operai del conte di incanalare l’acqua del proprio podere, purchè egli non avesse a spendere un quattrino. Era una miscela di gente che si conosceva appena, ma che diventava subito amica, perchè aveva l’arguzia facile, il riso pronto e delle gran strette di mano da distribuire. Giungevano colle facce rosse e irrigate dal sudore, e si lasciavano cadere sopra una panca di sasso nel viale d’ulivi, prima d’andare a dire alla contessa che la giornata era cocente.
Sì, la giornata era cocente; ma doveva essere così, perchè era il 24 giugno; per altro il dottor Cubello confidò a Beatrice la sua speranza che una brezzolina di mare avesse ad infilare la gola della vallata dopo il mezzodì, e l’ingegnere Costa le confidò che ne dubitava. Sotto tutte le latitudini, le prime confidenze si rassomigliano. Subito il notaio Pirisi prese animo, ed introdusse nella brigata un argomento di conversazione, per dar tempo al tempo, essendo che il mezzodì si annunziava allora dai campanili di Sassari, e si doveva dare in tavola all’una. Si parlò delle strade ferrate, i cui lavori, cominciati da un pezzo, erano stati interrotti e ripresi più volte, ed ora, si diceva, proseguirebbero senza intoppi. L’ingegnere Costa doveva saperne qualche cosa; a che punto si era? che speranze rimanevano ai vecchi di veder passare la locomotiva sbuffante attraverso gli uliveti?
L’ingegnere Costa diede le spiegazioni volute, ma lasciò intendere al suo uditorio che non aveva nella virtù miracolosa delle strade ferrate tutta la fiducia di tanti altri. Manifestò anzi un dubbio, che parve un’eresia, cioè che vi potesse essere qualche cosa di meglio a fare nell’isola, che non le strade ferrate.
Ah! quanto a questo non vi era dubbio per il dottor Cubello; a lui quella strada ferrata del demonio aveva cominciato dal tagliare in mezzo il podere. — Però gliel’avevano pagato? — Sicuro; e che per ciò? Egli era stato vent’anni a far la posta ai vicini; quando era morto compare Pietro Paolo, buon’anima, lui aveva comperato dagli eredi un pezzo di terra grande quanto una pezzuola, e l’aveva pagato dugento scudi sardi; quando si era maritata la prima figliuola di Don Sebastiano, aveva potuto aggiungere un pezzo d’oliveto e una vigna. E sul più bello, ora che era riuscito a mettere insieme il più gran podere del territorio, eccoti la strada ferrata che ha proprio bisogno di passargli attraverso. Nissuno compianse il dottor Cubello perchè il suo lamento non era sincero; ma l’ingegnere Costa, stimolato ad esprimere tutto il suo pensiero, disse che prima delle strade ferrate, bisognava chiedere al governo la bonificazione dei terreni, il rasciugamento delle paludi, e magari, mettendo un po’ di faccia tosta, il dono dei terreni demaniali ai comuni.