— Perchè farne?
— Ah! perchè farne? entrò a dire Silvio con enfasi, per affidarli ai contadini lombardi, o piemontesi, o svizzeri, che invece di andarsene in America e in Australia, volessero emigrare in Sardegna.
— La colonizzazione, esclamò il notaio Pirisi, è una utopia; si è provato tante volte e non si è riuscito a nulla.
— Perchè non si è riuscito? perchè non si è detto agli emigranti: voi siete miserabili; venite in Sardegna, avrete il viaggio pagato, venti lire in tasca per ogni testa — anche a costo di pagare quaranta lire i fenomeni con due teste — e appena arrivati in Sardegna diventerete proprietari d’un pezzo di terreno con una casetta e gli utensili pel lavoro; non avrete altro obbligo che abitare la campagna e coltivarla; dopo dieci anni comincerete a pagare il terreno, e vi sdebiterete in venti anni, senza avvedervene!
Al dottor Cubello questa bella pensata di chiamare nell’isola gli straccioni del continente e trasformarli in proprietari come lui, non poteva entrare. — Ci lasceremo spogliare? esclamava, la terra è la nostra unica ricchezza; la terra è cosa nostra!...
— Falso! il lavoro soltanto è nostro; la terra è di chi la coltiva, diceva Silvio; i nostri poderi sterminati, mentre non abbiamo braccia per coltivarli, sono una ironia; la ripartizione dei terreni dev’essere proporzionate alle forze della coltivazione; lasciando i latifondi agli Inglesi, che lavorano la campagna colle macchine, noi ci dovremmo accontentare dei piccoli poderi!
Queste idee scombussolavano interamente il dottore Cubello; egli era uno dei rampolli più tenaci di quella vecchia pianta parassita che si chiama la proprietà fondiaria; egli credeva in buona fede che la missione dell’uomo sulla madre terra fosse di attaccarsi alle mammelle di questa gran nutrice, e di succhiarne quanto poteva senza fatica. Le necessità della coltura lo facevano melanconico; le novità poi, gli mettevano dispetto: si arrendeva a malincuore agli ingrassi, ma agli altri concimi non credeva affatto; e s’immaginava d’essere l’ottimo dei cittadini e il migliore dei consiglieri comunali, perchè, invece di fidarsi delle banche, delle industrie e del commercio, come tanti giovinotti, si teneva saldo contro la corrente, e quando aveva messo quattro soldi da parte, comperava una striscia di terra con quattro olivastri.
L’ingegnere Costa, una testa rotta, arrischiò di metterlo in gran collera, dicendogli che lui stesso, il dottor Cubello, quando facesse bene i proprî conti troverebbe conveniente regalare un pezzo del suo gran podere ad una famiglia di contadini lombardi o toscani, perchè abitassero la campagna e la coltivassero meglio.
La colonizzazione, a sentir lui, doveva cominciare alle porte di Sassari, non nelle campagne perdute, come si era tentato finora; i Sardi dovevano mettersi bene in testa che a conquistare il terreno della loro isola non basta un atto notarile.
— E il classico zappatore? — Il classico zappatore, che non vuole abitare la campagna, scomparirà, sentenziò Silvio; diventerà piccolo possidente ozioso, oppure continuerà a coltivare il proprio terreno colla zappetta, finchè la corrente del progresso non lo pigli e lo butti alle industrie ed al commercio, che in Sardegna ne hanno tanto bisogno. Ma per affrettare questo giorno ci vuole prima di tutto l’istruzione...