Il dottor Cubello non ebbe paura che quei due giovinotti rivoluzionari gli facessero mancare la terra sotto i piedi. — Sono vecchio... disse con un sorriso di falsa rassegnazione.
Ma si udì lo scampanìo che annunziava il desinare, e il dottor Cubello fu contento di troncare il litigio con una celia. — Quella sì, disse alzando gli occhi a guardare la campana che si dondolava sotto gli strappi di Cecchino — quella sì che parla bene!
Dopo il desinare, la comitiva si era sparpagliata per la campagna; il dottor Cubello, per non lasciarsi pigliare un’altra volta in una discussione che poteva turbare il lavoro digestivo del ventricolo, si era messo accanto a Cosimo ed a Beatrice, e parlava di Milano, dove egli non era stato mai, e di altri luoghi anche più lontani che egli aveva rinunziato a vedere in questa vita.
Qualcuno era andato a cacciarsi sotto gli alberi del bosco, per fare la dormitina igienica, a cui non sapeva rinunziare, e Angela, fatto portare un seggiolone antico sotto la pergola, vi si era accomodata. Ma non voleva dormire, voleva pensare.
Sotto la vôlta di pampini e di passiflore, penetrava appena un raggio di sole, che disegnava in terra, in un breve fondo dorato, alcune foglie della passiflora; il ronzio degli insetti moriva all’ingresso dell’arcata; ogni tanto un tafano staccandosi dal nugolo dei suoi compagni, come per una spinta ricevuta, dava un tuffo nell’ombra, e ne rifuggiva prontamente; i fili dei ragni tesi sul sommo dell’arco, da un pilastro all’altro, sembravano d’argento. Angela non voleva dormire; si voleva godere quella quiete, voleva scandagliare l’avvenire serbato alla povera orfana, impietosirsi sulla propria sorte se fosse il caso, come le pareva giudicando all’ingrosso, e rendersi finalmente ragione di certi piccoli avvenimenti che essa aveva affidato al proprio quaderno per tornarci sopra con comodo.
Per esempio, questo buon Efisio Pacis, a cui era sfuggita con un pretesto, questo babbo Efisio che doveva essere forte nel manipolare il cacio, interrogato da lei poc’anzi, aveva mostrato che di cacio ne sapeva pochino. E poi a fare il cacio in Speranza Nostra, nessuno più ci pensava; si pensava all’olio, al vino, all’alcool, ma al cacio no; dunque che cosa era venuto a fare in Speranza Nostra, Efisio Pacis? La fanciulla era quasi sicura di saperlo. Era venuto a nascondersi. La magnifica storia di quel bandito, che aveva ammazzato un uomo e se n’era andato in Africa, forse era la sua. Se poi non era quella, come Angela sperava ancora, perchè quella le piaceva che fosse la storia di suo padre, allora era un’altra consimile. Già, essa aveva sempre inteso dire che la Sardegna era piena di banditi. Ah! quanto si tardava a svelarle ogni cosa! E pure essa aveva oramai tredici anni, e non faceva per vantarsi, ma ne dimostrava quindici, ed aveva il giudizio d’una donna, d’una vera donna. Chi sa che cosa aspettavano! che essa avesse preso marito? E lo piglierebbe poi? il cuore le diceva di no, e il cuore, si sa bene, non inganna. La sua sorte doveva essere di vivere nell’ombra e di sparire nella notte; la sua giornata, si vedeva bene, non avrebbe meriggio. Era tanto sicura di questo, che l’avrebbe scritto nel suo giornale, e le dispiaceva di aver lasciato a casa il quaderno; proverebbe a tenerlo in mente: sì, povera Angela, la tua giornata non avrà meriggio, tu vivrai nell’ombra e sparirai nella notte. Poi le idee della fanciulla si confusero, ed essa dormì una buona ora col corpo abbandonato sulla spalliera del seggiolone. Quando riaprì gli occhi, vide che il sole, declinando, stava per affacciarsi all’arcata della pergola, e intanto attraverso il fogliame le aveva gettato in grembo come una manata di monete d’oro, che le scaldavano le ginocchia.
Un uomo, salito sopra uno sgabello, le voltava le spalle e s’ingegnava, rizzandosi in punta di piedi, di stendere una pezzuola dinanzi a quei raggi indiscreti; era Efisio Pacis. Egli faticava molto, si vedeva, a raccomandare alle spine della passiflora i lembi della pezzuola; ogni tanto se ne staccava uno.
A un tratto quel pover’uomo mandò un piccolo grido, si portò la mano al cuore, e rimase immobile, col capo appoggiato al pilastro della pergola, senza scendere dallo sgabello. «Si sarà punto un dito» pensò Angela.
Il povero Efisio non si moveva e ad Angela cominciò a battere il cuore forte. — Babbo Efisio! — disse forte. Babbo Efisio si volse e le sorrise per tranquillarla: ma aveva la faccia contratta da un dolore acuto, e si premeva il lato sinistro del petto colla mano.