Accompagnati da Cecchino Misirolli, quei due visitarono ogni cantuccio della casa, interrogarono Giovanni, poi ripassarono sotto gli occhi delle signore per andarsene com’erano venuti.
— Adesso, esclamò Angela, mio padre potrebbe tornare, e sarebbe più al sicuro di prima.
Ma anche la giustizia è furba: e fece forse lo stesso pensiero di Angela, perchè una notte il Brigadiere, con quattro carabinieri invece d’uno, venne a piantarsi in osservazione dinanzi alla casa di Speranza Nostra, dopo aver scavalcato il muricciuolo. Quando Ambrogio, che era mattiniero, si affacciò alla finestra e li vide, subito scese per invitarli ad entrare, se intanto volessero visitare le stanze terrene — ma il brigadiere non ardì mettere il piede oltre la soglia prima delle cinque, per non violare il domicilio; soltanto a quell’ora entrò facendo notare ad Ambrogio che le cinque sonavano a tutti i campanili di Sassari, ma spinse la cortesia fino ad aspettare che le signore fossero levate — non volendo avere sulla coscienza nemmeno un minuto del loro sonno riparatore.
Questa volta i carabinieri se ne andarono di malumore, perchè, se anche alla scuola dei connotati, non avevano fatto molto cammino nello studio delle umane sembianze, la corbellatura scritta sulla faccia seria degli abitanti di Speranza Nostra dovevano averla letta di sicuro.
— Non torneranno più! esclamò Angela un’altra volta; ora mio padre potrebbe venire!
Ma, ripensandoci, non era meglio forse che non venisse, e che andasse lei a raggiungerlo? Anche questo non era prudente; i carabinieri potevano seguirla e scoprire l’asilo di Giorgio.... È vero, ma perchè suo padre non scriveva? Chi sa, se era sempre ospite di prete Emanuele, o se era andato altrove? Chi sa, se si trovava al sicuro!
Non si voleva dire alla fanciulla che suo padre era molto ammalato, e che stando alle lettere di prete Emanuele, rimaneva poca speranza di salvarlo, ma un giorno la gran notizia venne, e non ci era modo di nasconderla; finalmente Giorgio Boni stava per essere al sicuro da ogni umana giustizia; Giorgio Boni era agli estremi e desiderava abbracciare sua figlia. Silvio non ascoltò più se non il consiglio che gli dava il cuore — si prese in groppa la fanciulla e partì di notte.
Angela fu sinceramente addolorata della triste notizia, sebbene quel viaggio notturno, in groppa a un cavaliere armato di schioppo, col pericolo d’esser veduti e seguiti dai carabinieri o dalle spie, fosse finora il più bell’episodio del suo romanzo. Sapersi figlia di un uomo condannato a morte, per aver ucciso lealmente il proprio nemico, non era una piccola compiacenza per la ragazza, ma a patto che le avessero assicurato la vita, la salute e la felicità del suo babbo. Non pareva quasi vero a lei stessa, tanto Angela era schietta fuori del suo quaderno, ma era proprio sicura di volere un gran bene a suo padre.
Il viaggio, incominciato nel buio, fra i muricciuoli biancheggianti dei poderi sassaresi fu proseguito al lume di luna, nella magnifica campagna, fino a Laerru, dove Silvio ed Angela trovarono la cena e il letto per il rimanente della notte, in casa di Gian Tommaso Oggiano sindaco del paese. Da Laerru partì un servo di Gian Tommaso per avvisare prete Emanuele che gli ospiti sarebbero arrivati nella notte — così quando Silvio ed Angela giunsero alla piccola città di granito trovarono il sagrestano che aiutò Angela a smontare, poi prese il cavallo per la briglia e lo condusse ad una stalla fuori dell’abitato.
Angela si attaccò al braccio di Silvio, senza dir parola, ma tremando tutta; e si lasciò trascinare sulla via sassosa fino alla porta della casa del parroco.