La fanciulla aveva creduto che le sarebbero mancate le forze, che sarebbe morta di languore prima di giungere al capezzale di suo padre — invece no: alla vista di prete Emanuele le venne il coraggio in cui non aveva sperato.

— È là, disse il prete.

Bisognava attraversare una stanza buia per giungere alla camera del dolore. Angela vi si avviava, ma prete Emanuele la trattenne, e passò avanti.

Un momento dopo il prete riapparve affannato nel vano dell’uscio e fe’ cenno ai due che accorressero.

Angela, senza sapere che forza l’avesse spinta, si trovò in ginocchio, ai piedi di un gran seggiolone di cuoio, colle labbra appiccicate ad una mano fredda e gonfia, sensibile appena a quelle carezze.


— Ora no! disse Giorgio con voce soffocata, chinando il capo sul petto per contemplare sua figlia — poi alzò gli occhi verso un Crocifisso appeso alla parete, e parve implorare la grazia d’essere lasciato a soffrire ancora.

— Ora no, ripetè un momento dopo, tirandosi sul petto la sua creatura — non sono morto lasciandoti, e non morrò nel rivederti. Dio è clemente.

Angela teneva la testa china, ma non poteva piangere, e si stupiva e si accusava di questa aridità di cuore.

Quanto mai doveva esser cattiva se non piangeva! Ma era inutile; il suo pensiero indocile, invece di misurare la sciagura imminente, ricostruiva l’immagine di Efisio Pacis come le era apparso nello stazzo di Giannandrea il Lungo e in Speranza Nostra, per confrontarla con quella che le stava dinanzi. Ora le pareva impossibile, che, coprendo tutte le parti del viso già nascoste dalla barba, suo padre dovesse sparire un’altra volta così interamente da non sospettarne neppur l’esistenza. Se il poveretto invece d’esser sì pallido ed enfiato, fosse stato sano, fosse stato allegro, come avrebbe dovuto essere ribaciando la sua creatura, Angela prima d’ogni altra cosa avrebbe voluto coprirgli la faccia con cento carezze, per spiegarsi quel mistero.