Ma ora tutto ciò era inutile, ora invece sarebbe bisognato piangere, piangere molto, lasciar gocciolare le lagrime su quel seggiolone di cuoio antico che, solamente nel bracciuolo, aveva diciotto borchie d’ottone orlate di verderame.
L’ammalato non istaccava gli occhi grandi e lucenti dalla testina di sua figlia.
— Guardami, disse poi, e Angela alzò il viso senza lagrime. Ho ricevuto la tua lettera, proseguì Giorgio, mettendosi una mano al cuore, mi ha fatto bene.
Poi girò gli occhi stanchi come a cercare qualcuno, e Silvio accorse.
— Giorgio! Giorgio!
Gli tremava la voce, e aveva ancora sulla guancia una grossa lagrima di cui Angela fu gelosa.
— Ho bisogno di parlarti, disse l’infermo, alzando la mano per chiedere scusa a sua figlia con una carezza.
Angela si rialzò, istupidita, e seguì prete Emanuele nella stanza vicina; ma prima di attraversare la soglia udì suo padre che diceva: «ho fatto un sogno!»
Essa si buttò sopra una cassapanca di legno nero e si coprì colle mani gli occhi che non volevano piangere.
Attraverso le dita vide prete Emanuele, che, dopo essere stato a guardarla un poco, quando la credette assorta nel dolore, tornò nella stanza dell’infermo.