Angela si lasciò cadere le mani sulle ginocchia e pensò:

— Prete Emanuele sa il sogno di mio padre.

Giungeva fino a lei la voce rantolosa del povero sognatore, ma indistinta; una sola volta le parve che venisse pronunziato il suo nome; porse l’orecchio, e la voce ripetè: Angela!

Forse suo padre la chiamava — la fanciulla si rizzò e venne all’uscio.

Silvio reggeva il capo del fratello, e prete Emanuele li abbracciava entrambi con uno sguardo profondo.

— La farai felice, mormorava Giorgio, promettimelo; e sarai felice tu pure...

Angela si fece scrupolo d’aver udito troppo, e andò a buttarsi sopra una seggiola.


Albeggiava appena, e la luce fioca, entrando dalla finestra socchiusa, scoloriva già la fiamma della candela sul canterano. Angela aveva voluto vegliare ai piedi di suo padre, ma si era addormentata sulle sue ginocchia; e l’infermo la guardava, trattenendo gli spasimi del petto oppresso, per non destarla. Prete Emanuele stava da un poco in osservazione dinanzi alla finestra e porgeva orecchio ai primi rumori, che risvegliavano la via deserta. Pareva turbato.

A un tratto strinse i pugni, e li alzò al cielo, senza minaccia nè collera.