Silvio uscì dal cantuccio, dove aveva cercato invano un’ora di riposo, e venne incontro al prete, che l’informò concisamente di quanto accadeva.

— Il maresciallo! disse. — Null’altro.

Questa parola significava che Silvio ed Angela erano stati seguiti o preceduti, e che il nascondiglio di Giorgio era scoperto.

L’intenzione del maresciallo era palese; non gl’importava d’essere veduto; egli passeggiava su e giù dinanzi alla casa del prete, e ogni tanto guardava alla finestra dove tutta la notte aveva brillato il lumicino.

Prete Emanuele condusse Silvio in silenzio ad un’altra finestra e gli fece vedere, sulla strada, quattro carabinieri addossati alle muraglie.

— Non è solo, disse; aspetta che la legge gli permetta di entrare, senza violare il domicilio; sono le quattro e mezza; passeggerà ancora una mezz’oretta.

Intanto Angela si era svegliata sulle ginocchia di suo padre, il quale dimenticava i proprii dolori per sorriderle.

— Ti senti meglio? domandò la fanciulla.

— Un pochino, rispose Giorgio per contentarla, ma si vedeva bene che non era vero; l’ansia del suo petto era cresciuta; aveva la faccia più gonfia e color della cera; gli occhi stanchi ed appannati.

— Quanto sono contenta! disse Angela; sì, sì, tu stai meglio; non è poi vero che tu sia tanto malato; sei ancora grasso; quando portavi la barba non si vedeva che tu eri grasso: mi eri sembrato scarno. Tu guarirai presto, babbino mio; guarirai per farmi piacere, poi... poi, soggiunse abbassando la voce, fuggiremo insieme.