— Peccato! sospirò il Parolini; io sono felice quando posso mettere ne’ miei atti: sano di corpo e di mente. — Della signora contessa, diremo invece: nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, sebbene costretta a letto da una leggiera indisposizione...
— Mettete malattia, gemè la contessa; la verità è una sola, anche quando ci affligge.
Il dottor Parolini fece omaggio alla profondità di questa massima, scrivendo e pronunziando forte: «nel pieno possesso di tutte le facoltà mentali: sebbene costretta a letto da una leggiera malattia...»
— Non mettete leggiera, disse la contessa; non bisogna fingersi più rassegnati di quello che si è, ma non mettete nemmeno grave, perchè io non voglio aver l’aria di lamentarmi troppo.
— Malattia, ripetè allora il Parolini, con accento melanconico; poi si voltò e chiese: i testimoni?
— Mio figlio, disse la contessa, e mia nuora; meglio che non ci siano altri.
— Domando mille scuse, contessa Veronica, se non le obbedisco; ma la legge vuole che i testimoni siano idonei, e la contessa Beatrice, agli occhi della legge, non è un testimonio idoneo.
— Perchè? chiese la contessa Beatrice.
— Perchè sei donna, perchè siamo donne, rispose l’inferma.
— La legge non l’ho fatta io, protestò il Parolini: e l’innocenza parlava sulle sue labbra.