Ad ogni modo era contenta anche così; non s’ha a chiedere troppo alla sorte; la quale, quando ad una fanciulla di tredici anni ha fatto vedere lo sposo che le tiene in serbo, non ha fatto poco.

Signorine Sassaresi di venti anni sonati e magari di venticinque, le quali a messa, alla benedizione, alla predica, giravano gli occhi peggio di Madonne miracolose ricercando nella folla un devoto che tardava a venire, Angela ne conosceva parecchie. Alla passeggiata dei giardini pubblici, quando la banda sonava: Tutte le feste al tempio o M’apparì tutto amore, e le meschine a cui ancora non era apparso nessuno, gettavano le loro occhiate di qua e di là, e si voltavano col batticuore ad ogni tintinnio di sciabola, Angela poteva fare la sua via tranquillamente, andare su e giù nel viale, non si curando degli studenti di liceo, i quali parlavano forte dell’amore di Platone e di quello di Shopenahuer per farsi udire da lei.

Si sentiva arrivata, si sentiva a cavallo della vita; e se non l’avessero trattenuta le convenienze, si sarebbe voltata per dire alla scolaresca che il venirle dietro era tempo buttato, che lei lo sposo forse ce l’aveva, e non uno sposo da burla, ma uno sposo colla barba nera e perfino con qualche pelo bianco, uno sposo che non era studente, perchè era professore. Forse si chiamava Silvio, ma essa non ne sapeva nulla; toccava a lui parlare, ed egli non aveva aperto bocca.

Il solo che avesse aperto bocca era il parroco. Quel prete consumato si era lasciato pigliare in una trappola veramente primitiva che la fanciulla, a cui piacevano le notizie sicure e le cose nette, aveva preparato col suo garbo d’ingenua. Essa era andata a dirgli piangendo che sapeva tutto, che aveva udito il sogno di suo padre, e che le era sacro — e lui: «Non so nulla,» aveva risposto, baciandola in fronte, e se non le aveva dato la benedizione nuziale, poco vi era mancato. Solo più tardi prete Emanuele ebbe un sospetto che Angela gliel’avesse fatta; ma l’ingenua era già partita nel biroccino a fianco del suo fidanzato.

Era stato un gran lavoro per il cervellino di Angela il provarsi ad immaginare le parole, l’accento, le maniere con cui il suo Silvio le avrebbe svelato tutta la faccenda. Preparare la risposta le era riuscito più facile. «So tutto,» avrebbe detto, e gli si sarebbe buttata al collo; forse avrebbe soggiunto: «e ti amo,» forse no; secondo i casi. Ma tutta la strada, da Tempio a Sassari, Silvio non disse quattro parole più del necessario; e tornati alla casina del mulino a vento, egli era ancora lo zio d’una volta, tale e quale; e così rimase.

E così rimaneva da parecchie settimane. Era andato a Sorso, era andato a Sennori; sebbene fosse sempre occupatissimo di Speranza Nostra, trovava tempo a colloqui lunghi con Cosimo, con Beatrice, cogli avvocati di Sassari. Una volta era ricomparso nella casina bianca Efisio Pacis, quell’altro, quello che faceva delle poesie, e una mattina il pastore e suo zio erano partiti insieme di buon’ora, poi lui era ritornato solo, poi... insomma, ci era in tutta la casa la presenza continua d’un’idea nuova. Angela da principio non vi badò, perchè anch’essa aveva un gran lavoro da fare per dar sesto al suo avvenire, ma quando vide che lui non si risolveva proprio a parlare, ed ebbe la prova sicura che nè Beatrice, nè il conte Cosimo erano informati del gran segreto, allora volle sapere che sorta di propositi togliessero il riposo al suo Silvio.

— Lo sai? gli disse una mattina, trattenendolo nell’uscio di casa mentre stava per andare pe’ fatti suoi. Lo sai che da qualche tempo non ti occupi di me?

Silvio la guardò un momentino e sorrise, assicurandola che sbagliava e che invece s’occupava molto di lei.

— Non mi guardi neppure! insistè Angela; non hai nemmeno badato al mutamento che ho fatto; vedi... soggiunse tirandosi indietro un passo e facendo un giro largo nel vestibolo.

Silvio la guardò e non vide nulla.