Che Silvio si occupasse di Angela, era verissimo; che se ne occupasse molto, era anche vero.

Dal giorno che il fratello gli era spirato fra le braccia, dopo avergli detto d’un certo suo sogno paterno, generato dallo sgomento di dover abbandonare la propria creatura a un mondo ingiusto, che per farle scontare la pena inflitta al padre, o non le avrebbe dato marito, o glielo avrebbe dato pessimo, da quel giorno, l’amoroso zio non si era occupato quasi d’altro che della nipotina. Egli aveva acconsentito a tutte le idee stravaganti del fratello, perchè non bisogna contraddire ai moribondi, ed anche perchè gli pareva che il disgraziato Giorgio, facendo la vita del bandito in Africa, avesse perduto la pratica del mondo, dimenticato di che imprese sia capace l’amore, e perciò fosse più pessimista del ragionevole. Ma che si avesse a trovare un eccellente marito per Angela, anche senza uscire dal territorio di Sassari, per ogni persona di questo mondo non poteva essere dubbio. Solo che il musetto della ragazza mantenesse la metà di quanto prometteva, e lo zio Silvio era pronto a scommettere che tutti i giovinotti sassaresi la vorrebbero sposare, ad occhi chiusi. Fosse anche la figlia d’un brigante, per andare a nozze Angela non avrebbe che a scegliere; era come se lo vedesse. — Forse che la storia del padre non era nota? E forse che perciò tutti gli studenti di Liceo, e i più arditi del ginnasio, non le lasciavano gli occhi addosso?

Dunque i terrori di Giorgio non avevano fondamento, e la promessa vaga fatta da Silvio al fratello morente non gli metteva paura.... «Sta tranquillo, gli aveva detto, a far felice tua figlia ci penso io.»

Ci pensava.

E intanto, a voler essere sincero, prima condizione di felicità futura per Angela, era di non pigliar sul serio nemmeno un momento la possibilità d’un matrimonio così bizzarro.

Non si faceva illusioni, il professore. Egli aveva ora più del doppio dell’età della ragazza, e quando questa fosse appena appena a tiro, a diciannove anni poniamo, egli ne avrebbe ancora il doppio.

Non era egoista Silvio; avesse anche potuto carpire la felicità, non l’avrebbe voluta, sagrificando una fanciulla innocente. Nemmeno l’amore ottenuto coll’inganno da un’ingenua lo poteva contentare. Angela era una ragazza bella, buona, piena di seduzioni e di grazie, degna di tutte le dolcezze dell’amore spontaneo e corrisposto. Pigliarsela lui già stanco della vita, già disilluso, già quasi vecchio, sarebbe stata una colpa — e Silvio aveva peccato abbastanza. Chi sa? forse peccava ancora, forse l’uomo non ha il diritto di accarezzare col pensiero un ideale femminino, quando questo ideale è la moglie d’un amico. E pure non gli pareva di far male; non si era egli accertato che Beatrice non sentirebbe mai nulla per lui? Sì, mai nulla, salvo che l’amicizia. Se Silvio avesse solo immaginato che la sua santa potesse scendere dall’altare per dirgli: «t’amo,» si sarebbe creduto il più indegno degli uomini. Egli era sicuro di non aver mai immaginato nulla di simile, altro non voleva che vivere e morire del suo gran male occulto. Ahimè! sì, occulto.

Beatrice, accecata dall’amore per suo marito, non sembrava nemmeno sapere di che malattia Silvio languiva. Si era però accorta che non istava bene; e glielo diceva spesso. — Lei dimagra, gli diceva, lei non si cura abbastanza, signor Silvio; lei a Speranza Nostra si costipa, si scalmana; lei avrebbe bisogno di qualcuno al fianco che l’obbligasse a riposarsi un poco ed a pigliare qualche medicina... — Così diceva la cieca Beatrice. Non è vero che, se essa avesse solo potuto sospettare il tarlo segreto, che mordeva il cuore di Silvio, non sarebbe stata tanto crudele e tanto stupida? Quando, a quattr’occhi, in una stanzetta, oppure attaccata al braccio di Silvio nella passeggiata, gli parlava di Cosimo, gli diceva la confidenza intera che ora Cosimo aveva messo in lei, e gli descriveva, con tanta ingenuità da parer malizia, la festa del proprio cuore e quella del cuore di Cosimo, certamente Beatrice era un pochino stupida. Fra una donna giovine e bella e un uomo ancora giovine, quand’anche non sia bello, ci è sempre qualche cosa che ammette, anzi richiede, anzi pretende l’esclusione tacita del marito; non è nulla d’impuro, non è nulla d’illecito; chiamatelo l’eterno mascolino.

Dunque Silvio si occupava molto della nipotina.

Sebbene egli non dubitasse menomamente che a suo tempo le fioccherebbero i mariti, voleva pure che il passato non potesse gettare ombra sulla festa nuziale, voleva rivendicare la memoria del povero padre e correggere la sentenza che ne aveva fatto un assassino volgare.