Quella buona azione non riuscita, non pesò lungamente sulla coscienza di Beatrice, perchè due settimane dopo ella potè dire a sè stessa sul serio che forse — o generosa natura! — sì, forse non era stato il suo mal animo a farla andare a male, nè il mal animo del suo Cosimo, ma l’egoismo d’un altro, il primo capriccio d’una creaturina, che per venire al mondo metteva le sue condizioni. E appena intravide un bagliore di questa idea grandiosa, e le si fu accostata timidamente senza uscire ancora dall’ombra che essa lasciava intorno a sè, Beatrice sentì svanire tutti gli scrupoli di un falso sentimento, e disse forte a sè stessa, e lo disse a Cosimo, che solo qualche anima buona aveva potuto impedirle di commettere una corbelleria.
— Ce ne saremmo pentiti dieci volte, non avremmo osato confessarlo e saremmo forse stati miseri per tutta la vita.
Così assicurava Cosimo, che pure non sapeva... Se poi avesse saputo! Ma Beatrice, per non gettare l’animo suo nelle ansie di chi sogna la felicità e teme di svegliarsi, ancora non gli diceva nulla.
Era sola a godersi la speranza, sola pure a temere.
Non erano questi i loro patti, lo sapeva bene, ma era certa di non far male, violandoli, perchè sentiva pure di non esser stata mai così vicina al suo Cosimo.
Si provava a dirglielo: — io peggioro, gli diceva ridendo, io sono sempre più innamorata di te. Ogni giorno scopro che ti voglio bene in un modo nuovo; ti ho voluto il bene di sposa, di amica, di sorella, ora credo di volerti anche quello di madre. Mi pare che vorrei fasciarti e portarti in braccio...
Cosimo, che non voleva essere da meno, rispondeva che anche lui, sì, anche lui... almeno gli pareva... ma allora Beatrice, col dolce imperio dell’amore, gli ordinava di smettere.
— Sta zitto... sta zitto... tu non sai!
No, egli non sapeva, non indovinava, non ci si provava neppure, il malaccorto, e bisognò che dicesse lei ogni cosa, quando non si sentì più la forza di fare da sola tutta la fatica di aspettare, dubitando e sperando.