Fallita l’impresa di riabilitare solennemente la memoria del fratello, egli aveva dato un altro trastullo alla propria immaginazione; si era messo in capo di gettare in Sassari la semente d’una pianta, che non vi aveva voluto mai attecchire, l’associazione.

In un giornaletto che si pubblicava allora due volte la settimana, egli cominciò una serie d’articoli per dimostrare che tutti i mali dell’isola provenivano non tanto dalla scarsità di popolazione, che anzi questa sotto certi aspetti si poteva considerare come un vantaggio, perchè escludeva la miseria; non tanto dal clima in alcuni luoghi malsano, perchè in molti luoghi invece e per regioni estese era ottimo; non tanto dalla legislazione, dall’abbandono del governo, secondo assicuravano i pessimisti, quanto da un poco di accidia individuale e da moltissima diffidenza. Egli affermava coraggiosamente, facendo ridere ogni giorno il suo prossimo, che anche in pochi, pur di lavorare tutti e di mettere insieme le proprie forze e i propri risparmi, si potrebbe fare gran cose in Sardegna. Additava la via dei commerci d’esportazione, quella delle industrie agricole e minerarie, quella della gran pesca, il miglioramento delle coltivazioni e delle produzioni, ai ricchi possidenti avidi d’impadronirsi delle terre, per il gusto di cingerle d’un muricciuolo.

Affermava alla buona, in forma semplice ma convinta, una verità economica che non aveva letto nei libri; diceva che il primo fattore dell’aumento della popolazione è la formazione del capitale. Voleva le banche, consigliava le grandi imprese collettive, e dallo spirito di associazione, si riprometteva una forza morale capace per sè sola del risorgimento della razza sarda.

Il nome di Silvio Boni, prima ignoto, a poco a poco si faceva strada fra i suoi conterranei; venne un giorno che le sue idee non fecero più ridere, ma furono lette, discusse, approvate. Ma chi mai le metterebbe in pratica?

— Il tempo, rispondeva Silvio, ne dubitate voi dei miracoli che fa il tempo?

Due ne veniva facendo sotto gli occhi stessi di Silvio, il quale non se ne avvedeva: una sposa diventava madre, e una fanciulla donna.


Era il primo capriccio, e bisognava rispettarlo; Beatrice non voleva che nessuno sapesse il suo stato, e si era fatta promettere da Cosimo la segretezza. Volendo sottrarsi all’esercizio di una virtù difficile a un padre novellino, Cosimo aveva messo innanzi la considerazione che tanto tanto un giorno tutto il negozio si svelerebbe da sè, ma era stato inutile; aveva dovuto promettere.

Non gli fu penoso serbare il segreto coi pochi conoscenti di Sassari; ma offendere l’amicizia una volta il giorno, andando incontro a Silvio senza gridargli da lontano, come ne aveva voglia: «Allegro, amico, io sono felice!» — questo gli costava.

E una mattina, in Speranza Nostra, il desiderio fu più forte della promessa.