Cosimo si mise innanzi un preambolo lungo, si fece promettere il segreto, e svelò all’amico ogni cosa.

La notizia cadde come una mazzata sul cervello di Silvio, il quale per un poco non disse nulla; poi esclamò ingenuamente: «possibile!»

— Tanto possibile, che è vero, rispose il marito crudele; essa non vuole che si sappia ancora, e tu capisci....

— Pudore materno, rispose Silvio.

— Lo chiami pudore materno? Sarà pudore materno, lo chiamerò così anch’io. Però è inteso che tu terrai a battesimo la creatura. Si chiamerà Silvio come te.

— È un maschio? domandò il professore, serio serio.

Cosimo intese benissimo lo scherzo, e rispose, anche lui serio: — È un maschio.

Poi il padre contento andò a visitare i tini preparati per la prossima vendemmia, e Silvio si cacciò sotto l’ombra degli ulivi. Nel suo cuore era un gran silenzio e una gran pace, come dopo una rovina.

Era caduto un ramoscello d’ulivo ai suoi piedi, e Silvio camminava a passi lenti, spingendoselo innanzi di zolla in zolla; era un ramoscello disseccato, come la sua giovinezza, il simbolo della sua vita avvenire.

No, non sentiva alcun rammarico. Uscito dal cerchio magico in cui si moveva da tanto tempo come un pazzo, vedeva chiaro dentro di sè e stupiva d’essere stato così cieco.