Un momento dopo entrava il più magro dei dottori.

Vestiva interamente di nero, certi abiti di taglio antico ridotti a pessima condizione dall’abuso della spazzola, e si vedeva chiaro che egli trattava la propria sorte colla medesima severità con cui era trattato.

— Signora contessa, disse il Parolini, fingendo di alzarsi da sedere senza farne nulla, le presento il dottor Larucci mio egregio collega.

Non passò neppure l’ombra d’una lontana compiacenza sulla faccia scolorita del notaio magro, il quale fece un inchino e continuò a fissare severamente la propria sorte.

Il notaio grasso — appariva ora luminosamente che il Parolini era grasso — continuò, rivolgendosi al suo egregio collega:

— Dottor Larucci, si accomodi qui, vicino a me: la signora contessa Rodriguez De Nardi richiede l’opera nostra, perchè vuol fare testamento; è nel pieno possesso di tutte le sue facoltà mentali, sebbene degente per momentanea infermità; i testimoni idonei e qui presenti (egli si voltò per assicurarsene, e il dottor Larucci seguì quell’atto colla coda dell’occhio) sono il signor conte Rodriguez, unico figlio della contessa, e il signor Ambrogio... che Ambrogio?

— Cima, disse il vecchio senza muoversi dal suo cantuccio.

— Cima, ripetè il Parolini. Ho preparato, come può vedere, tutta la parte che serve di preambolo... Oggi (la data è in bianco) regnando felicemente Vittorio Emanuele II.... Vegga se le pare che sia in ordine.

Il dottor Larucci, notaio che non si faceva illusioni, respinse la carta bollata e le carezze, si cavò un guanto che cacciò diligentemente in una tasca, prese una penna in mano e stette ad aspettare.

Il Parolini si volse verso l’inferma ed accennò che poteva incominciare.