— Nomino, incominciò la contessa con gran solennità, erede universale...

— Ed esecutore testamentario... suggerì il Parolini.

— Che cosa significa? Non importa... ed esecutore testamentario mio figlio Cosimo; e gli raccomando la esecuzione delle mie ultime volontà.

— Ecco, ecco, disse il Parolini con compiacenza — ecco che cosa è un esecutore testamentario... lei ne ha dato la definizione giusta.... Non è così, dottor Larucci?

— Mio figlio, proseguì l’inferma, ha già l’amministrazione del mio patrimonio da parecchi anni e sa che esso ascende ad un milione e dugento mila franchi, sui quali gravano alcune piccole... alcune piccole...

— Ipoteche? suggerì timidamente il Parolini.

— Bravo! ipoteche.

Non disse altro. Si udì la penna del notaio magro passare stridendo sulla carta bollata, mentre il notaio grasso, piegandosi un tantino, seguiva coll’occhio ogni parola. Finchè durò quel silenzio, la contessa Veronica e la contessa Beatrice cercarono allo stesso tempo lo sguardo di Cosimo, il quale si ostinava a spingere l’occhio per entro ad una via buia e profonda che si apriva nella parete dirimpetto. Anche Ambrogio fissava lo stesso punto della parete, ma se ne seppe staccare due volte per rivolgere un’occhiata fuggitiva al conte Cosimo ed agli altri personaggi di quella scena singolare.

— Pic... co... le, disse forte il Parolini, leggendo sopra il braccio del suo collega e staccando le sillabe, ipoteche conchiuse brevemente. Possiamo proseguire.

— Voglio, disse l’ammalata, che tutti i miei gioielli appartengano alla contessa Beatrice, mia nuora — coll’obbligo, soggiunse voltandosi a ricercare con uno sguardo carezzevole la vaga donnina, coll’obbligo di portarne sempre qualcuno, anche quando non saranno più di moda.