Diceva, come rispondendo ad una domanda sommessa: — Sì, sono io, sono proprio io, lo zio Silvio, tornato or ora colla diligenza. Ho lasciato andare la valigia a Sassari, io sono sceso nella viottola, sapeva che vi avrei trovate qui, ed ho voluto farvi l’improvvisata. Ma non ci è nessuna ragione di piangere; che ragazzata è questa? Comare Beatrice, come vanno le cose? Benone, si vede. E il mio figlioccio come sta? Ingrossa, si vede... Ma che cosa ha questa ragazza che piange?
Angela si staccò allora dal petto di quell’uomo tanto amato e tanto indifferente e volle fuggire.
— Dove vai ora?
— Vado ad avvertire il conte Cosimo, rispose la fanciulla, cercando di svincolarsi.
Ma Silvio l’aveva presa per le due mani, e tirando il capo indietro la guardava:
— Sai che non ci capisco nulla; ho lasciato una ragazza che rideva e trovo una signorina, una vera signorina, che piange. Ma che cosa è dunque avvenuto?
Egli aveva l’aria di domandarlo a Beatrice, ad Angela e a tutto quanto il vigneto circostante, il malaccorto.
— È avvenuto che ora porta le vesti lunghe, dichiarò Beatrice.
— To’, è vero! esclamò il professore, lasciando andare Angela, che si allontanò di corsa.
— E che altro è avvenuto? domandò Silvio.