Comare Beatrice prima sorrise ad un’idea tentatrice, poi si lasciò tentare, e cacciando una mano sotto il braccio dell’ingenuo:

— Compare mio, lo volete proprio sapere che cos’è avvenuto ad Angela? È avvenuto che si è innamorata. Indovinate ora il resto, io non ve lo dico.

Silvio fece una risatina stupida, non indovinò il resto, ma non insistette neppure per farselo dire.

VII.

Quella sera medesima, andando a letto, Silvio disse a sè stesso che l’amore d’una fanciulla di tredici anni non deve lusingare l’amor proprio d’un uomo maturo, e si propose d’intraprendere la cura della sua piccola ammalata. Non si faceva una idea chiara del metodo da seguire, ma così all’ingrosso gli pareva che se esagerasse la propria naturale gravità di modi e di linguaggio non istenterebbe ad ottenere un ottimo risultato.

Egli stette un pezzo ad occhi aperti nel letticciuolo, considerando la ferita che aveva fatto, senza volere, nel cuore della povera ragazza, e giudicò in buona fede che non era una ferita senza rimedio. Non si illudeva, il professore. Gli sembrava di comprendere che la piccina si fosse innamorata di lui, perchè la natura le aveva svelato ieri il gran segreto, ed essa s’immaginava di non aver tempo da perdere. Andava anche più oltre, il professore; confessava che se Angela aveva preferito lui, che a conti fatti poteva essere suo padre, ai giovinetti di liceo che erano passati tante volte sotto le finestre della casina bianca, era appunto per causa dell’età. Quando Angela giocava ancora colle bambole — questo non accadeva più da un anno — non preferiva forse una bambolona grossa, la quale aveva una guardaroba da regina?

Era ad ogni modo una cosa singolare che quel cervellino di tredici anni avesse lavorato così bene a compiere il sogno di suo padre morente. Quasi era da credere che sapesse tutto... Se lo sapesse! Ebbene, se lo sapeva, tanto meglio; l’innamoramento, essendo riflesso, cederebbe più presto alla cura del buon senso.

Il professore spense con un soffio la candela, ma continuò a vedere un raggio di luce che attraversava il fondo nero della camera e svaniva dinanzi alla finestra. Quel raggio entrava dalla cameretta di Angela.

La fanciulla innamorata vegliava ancora, e Silvio non ebbe cuore di addormentarsi mentre essa forse penava per lui. Senza contrasto, senza nemmeno pensarci un momentino, per istinto d’uomo che ha viscere di carità, cedendo ad un sentimento quasi paterno, il professore deliberò di stare sveglio finchè il raggio non fosse scomparso. E intanto che fare? Fantasticare nel buio, così.

Era egli proprio sicuro di essere indifferente a quell’amore infantile che aveva acceso nel cuore d’una bella fanciulla? Indifferente, no; forse ne aveva dispetto. Uscendo illeso da una vera passione che poteva essere fatale, quel trovarsi fra i piedi una bimba gli sembrava una beffa, un’ironia. Non era il momento buono per accondiscendere ad un giuoco infantile... Era forse questo che egli sentiva? Forse — ma non ne era sicuro. Forse era un rammarico dolce, un’indulgenza serena, una pietà gentile. Egli voleva essere il medico di quella animuccia che aveva testè indovinato l’amore, non si sottrarrebbe alla promessa fatta al fratello morente; ma per rendere felice davvero la cara piccina, bisognava impedirle d’innamorarsi di lui. «Io sono vecchio,» confessava umilmente. Essere ridiventato padrone del proprio cervello, di tutto quanto il suo io, era la gran miseria, per esser sinceri; ma pareva una forza, e se non altro bisognava farne buon uso.