Quella notte Silvio cedette al sonno prima che la candela d’Angela fosse spenta.
La mattina successiva ebbe una curiosità legittima, volle essere il primo a vedere la ragazza quando si affacciasse alla sua finestra e sapere da lei stessa che cosa avesse fatto col lume acceso tanta parte della notte.
Non si udiva nessun rumore nella cameretta di Angela; forse la fanciulla dormiva ancora, e Silvio dovrebbe aspettare chi sa quanto; — ma era preparato anche a questo. Per ingannare il tempo si rase la barba — era una settimana che non si radeva — si pettinò, ed avendo visto un capello bianco nella tempia destra, lo volle strappare, tanto per fare qualche cosa.
Angela dormiva sempre; almeno, era ancora un gran silenzio nella sua cameretta.
Strappato quell’unico capello bianco, che fece il professore per non istare in ozio? Cercò con poca speranza un altro capello bianco, e fu fortunato, ne trovò tanti, che gli venne detto con un po’ di sgomento «quanti...!»
Sempre un gran silenzio nella cameretta di Angela.
Silvio ravviò la capigliatura folta; vide che i capelli bianchi si nascondevano in modo da sfidare l’occhio più maligno e ne fu contento. Perchè? Qualcuno fece al professore questa dimanda. «S’invecchia» rispose il professore. Poi venne alla finestra, l’aprì, buttò lo sguardo nella campagna... Angela era là, fra i rosai bagnati di rugiada, più bella d’ogni rosa, più fresca della rugiada.
Al rumore che fece la finestra aprendosi, la fanciulla non solo non alzò il capo, ma si chinò a cogliere una rosellina bianca non ancora sbocciata interamente, se la collocò sui capelli, guardando all’orizzonte come in uno specchio, poi si allontanò a passo lento per un sentieruolo del giardinetto.
Il professore aveva voluto chiamarla a nome, ma si era distratto egli pure; stando ritto dinanzi alla finestra aperta, egli seguiva tutte le mosse di quell’uccelletto ferito, e invece di sentire un raddoppiamento di pietà, apriva il labbro ad un sorriso e il cuore alla compiacenza. Compiacenza di medico, s’intende, anzi di medico che ha portato in tasca la medicina. Aspettava solo che essa alzasse il capo per dirle: «Or ora scendo e ti guarisco» — o qualche cosa di simile. Ma Angela non alzò il capo, diede a quello zio indifferente tutto l’agio di esaminarla dal capo ai piedi, di notare colla massima freddezza che col vestito allungato essa pareva proprio una donnina fatta, e che aveva il corpo snello ma pieno, le braccia bianche, tonde, sul collo una peluria bionda, sul volto la gravità che v’imprime per solito la sventura, oltre della bellezza ostinata e della freschezza sfacciata che nemmeno la sventura riesce a cancellare — poi si allontanò con un fare sbadato, fiutando tutte le rose che si trovava accanto, strappando le foglie ai ramoscelli che si allungavano verso di lei per porgere un ultimo trastullo alla sua infanzia mascherata.
Già era lontana, senza che avesse mai voltato il capo, e il professore rimaneva alla finestra come uno smemorato, pensando che a quell’età le ferite del cuore si rimarginano prontamente, e che forse Angela era già guarita.