— Tanto meglio! — disse.
Ebbene no, non era meglio, perchè avrebbe voluto guarirla lui, colla propria ricetta. Ma questo non lo disse.
Si guardò nello specchio, scese in giardino e per andare alla vigna prese la via più lunga, il sentiero tortuoso pel quale Angela era passata poc’anzi.
Per tutto quel giorno Silvio spiò inutilmente negli occhi stupendi, nella faccetta bianca, nel contegno di Angela, un bagliore, un rossore, un turbamento che dessero indizio sicuro di mal d’amore. Pareva davvero che la piccola innamorata avesse indovinato tutte le malizie del proprio stato, perchè non si lasciò mai cogliere in fallo; e Silvio potè quella sera medesima notare in sè i primi indizi dell’impaccio che nasce dalla incertezza nelle faccende amorose. Ne rise, ed aspettò il domani. Ma la fanciulla non mutò, salvo che apparve più bella e singolarmente cresciuta. Silvio non ci capiva più nulla. E veramente per capire qualche cosa sarebbe bisognato essere alle spalle della piccola innamorata, di notte, e poter leggere nel suo cuore o nel suo quaderno, che è tutt’uno, quando, contenta della propria parte di vittima, si dichiarava preparata a bevere il calice, il famoso calice amaro, non solo sino alla feccia, che si capisce, ma sino alla morte. Essa non chiedeva altro che morire d’amore, ed oramai era sicura di ottenere il suo intento. Però voleva ridere e soffrire, soffrire e ridere fino all’ultimo. Infatti rideva e cantava; la notte, sola col suo giornale, non andava a letto se prima non le paresse di aver invelenito abbastanza la piaga maligna di cui doveva finire sul fiore degli anni, e la mattina cantava come una rondine, rideva come una creatura felice. Davvero avrebbe ingannato chicchessia.
I lavori delle vendemmie afferrarono di lì a poco il professore, il quale non ebbe più tempo di occuparsi molto della fanciulla. Pensava però sempre al suo caso e cominciava a credere che comare Beatrice lo avesse corbellato. Una sera poi che fu certo che Angela non commetterebbe più la stranezza di piangere vedendolo, nè di fuggirlo, trovandosi solo colla povera comare Beatrice, del cui bel volto e del cui corpo gentile la maternità veniva facendo scempio, si provò a farla parlare di Angela. Per vie indirette non riuscì a nulla, e se volle sapere qualche cosa gli toccò dire il contrario di quello che pensava, cioè che la nipotina gli sembrava turbata.
— Non ve l’ho detto, compare, che è innamorata? disse Beatrice con malizia. La piccina ha saputo d’essere fidanzata ad un tale, ad un certo tale, che ancora non pensa a lei, ed è bastato questo perchè ne sia cotta.
— Ha saputo! balbettò Silvio... Da chi?
— Volete proprio saper tutto; l’ha saputo da prete Emanuele... Non andate in collera, ve ne prego.
No, no, non andrebbe in collera.
— Essa mi crede il suo sposo, ed aspetta!... — pensò Silvio — e questo pensiero empì l’anima sua di un turbamento dolce non mai provato.