Sapersi amato da una fanciulla tanto bella, in un’età in cui si sta lì lì per credere che l’amore sia un giuoco proibito è una tentazione a cui difficilmente anche un professore può resistere. Silvio si arrese. In fin dei conti non bisognava sofisticare. La prima medicina che deve dare un medico ad una inferma innamorata di lui è certamente lasciarsi amare. Già egli non era poi tanto vecchio come gli era piaciuto farsi per ipocondria. Aveva moltissimi capelli, quasi tutti neri; a differenza dei fannulloni incanutiti o fatti calvi nell’ozio o nel vizio, egli, studiando agronomia e facendo una vita semicasta, aveva ottenuto di poter entrare in rifioritura quando volesse. Quanto alla ragazza, non importava che essa avesse poco più di tredici anni. La natura aveva fatto moltissimo per rimediare a questo difetto, il tempo farebbe il resto. Due anni passano prontamente. E questo tempo era necessario anche a Silvio per prepararsi alla felicità.
Guardando ora comare Beatrice, che gli sorrideva colle labbra scolorite come se gli leggesse ad uno ad uno i pensieri man mano che si venivano formando nel suo cervello, si meravigliava che un giorno avesse potuto....
Ma già l’amore, per chi viaggia solitario nella vita, appare spesso, come il miraggio, riflesso ingannevole d’una felicità che ci aspetta.... o che ci fugge. Egli aveva visto Angela in comare Beatrice — doveva essere così — perchè ora comare Beatrice gli stava davanti, lo guardava cogli occhi sporgenti, gli sorrideva colle labbra ingrossate e scolorite, ma non riusciva nemmanco più a dirgli com’era fatto l’ideale d’una volta.
Davvero era impossibile riconoscere la contessa Beatrice in quella donnina pallida, che si slacciava il busto a tavola e che aveva sempre una minaccia di mal di mare.
Il professore non aveva ancora detto al proprio cuore: «Ama un’altra volta;» ma era pronto ad innamorarsi al primo segnale, e se tardava tanto, è perchè quella nipotina misteriosa cominciava a fargli perdere la testa. Essa non faceva più come in passato, non gli andava più dietro come un’ombra, non gli metteva più in faccia quei due occhioni pieni di luce, e Silvio, per sua scienza maligna, era quasi indotto a sospettare che egli non fosse stato che un pretesto alla fanciulla impaziente, tanto per amare l’amore. Quella freddezza apparente di Angela, riuscì come un’astuzia; venne un giorno in cui Silvio — dopo aver appreso inutilmente un’arte rimasta ignota a lui per tanto tempo, quella di variare il nodo della cravatta; dopo di aver contratto l’abitudine di radersi ogni mattina — venne un giorno, anzi una notte, che si dichiarò stanco e volle finirla.
— Angela! chiamò, mettendosi alla finestra della propria camera; e la fanciulla venne alla finestra accanto.
— Che cosa vuole, zio Silvio?
— Ora nulla, rispose il Savio, ma domani mi rammenterai che ho una cosa da dirti.
Angela rispose di sì con un filo di voce, rientrò subito nella sua cameretta, e il professore l’udì piangere attraverso l’uscio.