Giovanni rideva e la minacciava col dito.

— Comare mia — le diceva — voi sarete punita, come è vero Dio!

Il vecchio Ambrogio seguiva le vendemmiatrici, e additava loro i grappoli che esse avevano lasciato per la racimolatura, o li staccava colle proprie mani. Il conte e il professore erano un po’ da per tutto, nella cantina, nella casa, fra i vitigni; e dove andava il conte, poco dopo compariva Beatrice, grave e sorridente, colle mosse già un tantino dondolanti e col corpo rovesciato indietro, e dove andava il professore ivi accorreva Angela, maturata e fatta ancora più bella, se è possibile, dall’amore corrisposto.

Non più nuvole sulla fronte ampia di Silvio; la sua faccia abbronzata dal sole era piena di luce; egli era ancora grave, perchè la sua piccola tiranna non solamente glie lo consentiva, ma si faceva grave anche essa per dichiarargli spesso che si era innamorata di lui la prima volta, in un tempo molto lontano.... (A balia? No, in un’altra vita, era sicura di essere venuta al mondo ammirandolo ed amandolo).... che si era innamorata di lui, appunto perchè era grave.

Queste cose, se mai il signor zio si ostinasse a far l’incredulo, le troverebbe scritte un giorno, e allora le crederebbe... Ma allora essa sarebbe morta! — Morta! che orrore!... Sì, morta; era il destino che voleva così; essa non poteva vivere lungamente; ma pur che potesse sposarsi prima, non le importerebbe. — Queste idee funebri non oscuravano il visetto di Angela, le mettevano solo una pozzettina nel mento.

Avevano già parlato del tempo del matrimonio; Angela non voleva parere indiscreta nè impaziente, non era una bimba, e saprebbe aspettare se fosse necessario, ma lasciava intendere che se il re può dare la dispensa dell’età, non si fa nessun male approfittandone. Un’amica di una sua amica si era bene sposata a tredici anni e mezzo — era orfana anch’essa, ci s’intende; quando si è orfane bisogna pure aver qualcuno, e per aver qualcuno il meglio è prendere marito. Il re è pieno di giudizio, gli si vanno a dire queste cose, e lui concede la dispensa. La concede a tante!... Nel Campidano di Cagliari, per esempio, quante ragazze che si maritano prima dei quindici anni!

Silvio non aveva fretta. Si godeva la festa tranquilla del proprio cuore, si godeva la ciancia maliziosa della nipotina, e al contatto di quell’infanzia non tramontata ancora non sentiva più il peso dei suoi anni. Quando non era fra i tini, quando non iscriveva per il giornaletto di Sassari, quando non si cacciava in un capannello di zappatori miscredenti per predicare loro il verbo della nuova agricoltura sarda, quando non faceva nulla di tutto ciò, pigliava parte volentieri ai giuochi d’Angela; le dava tempo di nascondersi, tenendo scrupolosamente gli occhi chiusi finchè essa lo avvisasse con un grido d’andarla a cercare, o si lasciava proporre degli indovinelli che non decifrava mai per poter fare la penitenza. Vedendolo in quei momenti, cogli occhi lucenti, udendolo ridere coll’abbandono d’un fanciullo, Beatrice, già quasi alla vigilia d’esser madre, sentiva per quei due ragazzi una tenerezza materna, e lo diceva senza beffa. Ma allora Silvio cessava di ridere, per pensare un momentino alla bizzarra trasformazione del proprio spirito e decidere se vi fosse da vergognarsi o da emendarsi. — Non si vergognava nè si emendava; — ripigliava a ridere, e un’altra volta faceva peggio.

Ancora si lasciava cogliere da qualche malinconia fuggitiva; faceva di più, se ne vedeva qualcuna da lontano, la chiamava a sè, per dar da fare ad Angela, a cui toccava cacciarla. Diceva: «Oggi ti pare d’amarmi, perchè sogni; domani, svegliandoti, ti domanderai meravigliata chi è questo vecchio pazzo che ha potuto credere...» Angela, non gli lasciava mai finire queste frasi cattive; subito lo picchiava con tutte le sue forze, finchè non lo avesse obbligato a ridere; poi, facendosi seria, diceva: «Il vecchio pazzo è mio zio — egli non sa nulla, egli non capisce e non capirà mai nulla.»

Avrebbe voluto fargli comprendere che sorta d’amore singolare, stranissimo, essa sentiva per lui. — Ma era inutile; non vi riescirebbe mai. Gli diceva: «Fa conto che, amando te, io ami un altro... ma non un altro davvero... qualcuno o qualche cosa che non sei tu — come posso io cessare d’amarti?» Il professore non capiva bene il caso difficile, ed Angela insisteva: «Io non so come sia, ma mentre ti voglio tanto bene quando ti vedo, mi basta che tu mi volti le spalle e te ne vada... che so io? là... in fondo a quel viale, per volertene subito un poco di più. Ecco come ti voglio bene io... Tu invece!...»

Anche Silvio credeva di volerle bene così; egli pure si era accorto che, trovandosi separato da lei, qualche volta l’aveva amata di più; ma siccome poi se essa non gli stava dinanzi, colle sue ariette di donnina matura per l’amore, cominciavano gli scrupoli melanconici dell’età, così non era sicuro di vedere chiaro nella natura del proprio sentimento.