Per tutto ciò quelli erano i giorni belli di Speranza Nostra; la felicità di Beatrice e di Cosimo, più sicura di sè, ma pur non priva di qualche segreto sgomento, e la felicità dei due innamorati si compievano a vicenda.
Già Cosimo, quando si provava a leggere tutte le promesse dell’avvenire negli occhi della sua ammalata d’amore, vi poteva mettere egli pure la sua piccola promessa, perchè era alla vigilia di ridiventare un’altra volta ricco. Egli ricomperava i suoi poderi, riappendeva al loro posto, nella casa di Ploaghe, i ritratti degli antenati, e faceva contenta la povera madre morta; abbelliva la casa di Florinas, ristorava il nuraghe... ma non abbandonerebbe mai Speranza Nostra, salvo che la faccenda della miniera diventasse così grossa, da richiedere la presenza di qualcuno in Iglesias.
Non ispiacerebbe a sua moglie diventar minatrice?
No, se lui diventasse minatore. — Ad ogni modo erano invitati e bisognerebbe pure andarvi! E allora sentirebbe che aria, che bei venti marini nell’alta gola del monte. Quando Beatrice avesse compiuto il suo capolavoro, riacquisterebbe la salute più presto, e al piccino non farebbe male respirare di buon’ora l’aria montana!
Tutte queste speranze, tutte queste promesse, facevano sorridere la bella donnina, la quale soffriva molto, soffriva sempre, pagava ogni giorno per sè e pel marito una parte del gran debito che contraevano colla generosa natura; ma fra tante promesse parlavano al suo cuore di madre lontane minaccie, crudeli perchè indistinte.
La vendemmia era finita, e Angela si era già fatta la più brava delle racimolatrici per soddisfare i gusti capricciosi dell’amica sua, che preferiva i grappoli meschini e terrosi avanzati nei vitigni, alla bell’uva moscatella appesa nella dispensa, quando il giornaletto di Sassari portò agli abitanti di Speranza Nostra una gran notizia:
«È arrivata fra noi da Oristano la prima compagnia italiana acrobatica-equestre diretta dal famoso signor Alfonso, la quale si fermerà un mese, dando ogni sera rappresentazioni nel Teatro Diurno, trasformato in Circo. La compagnia comprende quattro amazzoni: le signore Ada, Maria, Giovanna, Emma, due clowns e un Alcide. La compagnia vanta pure due curiosità: una è il celebre nano Battistone, detto l’uomo palla; l’altra è Nenna, ragazza meravigliosa, detta la rana. Per domani si annunzia la prima rappresentazione.»
IX.
Il signor Alfonso aveva presentato un cavallino sardo, piccolo, ma intelligente come un cristiano, che in due mesi di lezione si era impadronito di tutto lo scibile della razza cavallina. Esso si rizzava sulle gambe deretane, batteva insieme gli zoccoli delle zampe anteriori, e veniva incontro al suo padrone per abbracciarlo; ballava a suon di musica, batteva il tempo, s’inginocchiava, sparava una pistola, faceva il morto, per risuscitare di scatto, salutare il pubblico ed andarsene alla greppia di corsa, accompagnato dagli applausi del pubblico delle gallerie e dei palchetti. Poi era comparsa la signorina Emma, un’amazzone, magra e nera come un chiodo, la cui missione in terra era di sfondare dei cerchi di carta aumentandone successivamente il numero; il pubblico sassarese, sebbene la giovane fosse brutta, le aveva fatto buona accoglienza, e ad ogni cerchio per cui era passata gridando hop! aveva battuto le mani, ma senza entusiasmo. La signorina Giovanna, un altro chiodo, capocchia espressiva, che cavalcava a dorso nudo, si era fatta segnalare per certi salti, con cui balzava in groppa ad una magnifica cavalla bianca, afferrandosi colle mani alla criniera.
Ma tutto codesto, senza i lazzi dei due pagliacci, che ogni tanto facevano la burletta di spararsi a vicenda parecchie ceffate rumorose, avrebbe lasciato freddi gli spettatori. Quei due pagliacci avevano certamente l’obbligo di non star mai zitti, e per obbedire a tale necessità dicevano tutto quello che veniva loro in capo. Ma non mancavano ogni tanto di chiamare Battistone, curvandosi a terra e mettendo le mani alla bocca per fare arrivare la voce fino a lui, di lamentare l’assenza di Battistone, di domandarsi a vicenda che cosa era avvenuto di Battistone.