— Ah! poveretto me! disse uno che aveva il viso trinciato di sberleffi rossi e neri, ora mi ricordo; l’ho lasciato dinanzi al catino, in cui mi sono lavato la faccia, vi sarà caduto dentro e sarà annegato.

— Sai bene che non può essere, è impermeabile e non va a fondo — non è forse perciò che lo chiamano l’uomo palla elastica? — Era vero, l’altro pagliaccio se n’era dimenticato. Ma dov’era Battistone? Perchè mai Battistone non veniva? Perchè abbandonava così i suoi amici? Senza Battistone non ci sarebbe modo di spassarsi un momentino a far quattro giochetti. Battistone! Battistone! — A forza di sentir parlare di Battistone, anche il pubblico aveva una gran voglia di vederlo, e quando finalmente il nano affacciò la grossa testa ridente al parapetto del circo, lo accolse una risata rumorosa, più lusinghiera di, qualsiasi applauso. Battistone indossava una specie di zimarra umoristica, che gli scendeva un po’ più giù dei piedi, e nella quale egli inciampava ad ogni passo, ruzzolando sull’arena, balzando e rimbalzando come una pallottola vera e propria. Per causa di quella zimarra misteriosa gli spettatori non avevano ancora accertato se Battistone avesse un paio di gambe, ed erano tentati di credere ai due pagliacci, i quali assicuravano che l’amico pallottola si moveva su due ruote di orologio da tasca; ma Battistone aveva le mani assai bene attaccate a due solidi moncherini e le adoperava per menare palmate formidabili, che se non arrivavano alle facce impiastricciate dei suoi colleghi, non cadevano senza rumore sopra un’altra parte del corpo, e facevano ridere anche meglio. Lui poi era invulnerabile; gli scappellotti passavano sopra il suo testone, andando a colpire il terzo pagliaccio, e le pedate non lo arrivavano mai. In un momento egli ebbe guadagnato tutte le simpatie del pubblico.

Ma Battistone tutto quanto, nessuno ancora l’aveva visto; e quando i due pagliacci proposero al nano di fare alcuni giochetti per passar l’ora, ed offrirono di aiutarlo a togliersi la zimarra, grande fu l’aspettazione del pubblico. È incredibile quanta difficoltà s’incontrava volendo svestire la zimarra di Battistone; i pagliacci v’inciamparono prima molte volte e caddero, si rialzarono e ricaddero, poi v’inciampò lo stesso Battistone, il quale attraversò tutta l’arena barcollando, ma reggendosi sempre in piedi e pigliando in ultimo un atteggiamento da silfide, per ricevere gli applausi e beffarsi dei compagni; ma finalmente la zimarra cadde dalle spalle del nano, e Battistone apparve in maglia rosea e corte brache di velluto nero, strette alle reni ed alle cosce, tondo, grasso, inverisimile.

— Senti — gli propose uno dei pagliacci — facciamo una bella sonata, io sarò il sonatore, la tua pancia sarà la gran cassa.

Ma Battistone non ebbe tempo di rispondere per le rime, perchè in quel punto un corpicciuolo contorto, strano viluppo di gambe e braccia, saltò dal parapetto nell’arena, e corse saltelloni a cacciarsi fra i pagliacci. Quel mostricino era tutto coperto d’una maglia a gran chiazze verdi e gialle, aveva in testa un cappuccio della medesima stoffa, e saltellava battendo quasi col ventre sull’arena.

— La rana! La rana! — gridò Battistone.


Beatrice e Cosimo assistevano alla rappresentazione da un palchetto di proscenio. Cosimo era pallido e un po’ agitato, quasi dispettoso di aver dovuto cedere al capriccio di sua moglie; la contessa invece sorrideva perchè aveva promesso di essere forte e di divertirsi.

Quando la rana fece il suo ingresso nel circo, Cosimo si chinò verso sua moglie e le disse all’orecchio: — Ce ne andiamo, Bice? è meglio.

No, essa voleva rimanere, voleva vedere, ed ebbe la forza di sorridere ancora.