Per indurre il suo povero Cosimo a condurla in teatro, Beatrice aveva adoperato le carezze e il ragionamento.

— Domani — gli aveva detto — quella cattiva donna ti verrà a cercare in casa tua, ti presenterà la sua creatura, colla sfrontatezza in cui è maestra. Tu che cosa le dirai? La farai cacciare? Andiamole incontro noi stessi, facciamoci vedere uniti, sarà meglio.

E quanto durarono le corse delle amazzoni e i lazzi dei pagliacci, essa aveva tenuto d’occhio il portone da cui entravano i cavalli e i cavalieri e dove ogni tanto si affacciava qualcuno della compagnia. Pensava: a quest’ora la zoppa ha visto Cosimo, ha visto me, e perciò non osa mostrarsi.

La rana era apparsa all’improvviso; in un momento in cui Beatrice aveva gli occhi sopra Battistone, qualcuno aveva messo sopra il parapetto la fanciulla, che di là era balzata nell’arena.

Quando Battistone e i due pagliacci gridarono in voce di falsetto: — La rana! La rana! — Beatrice allungò la mano e trovò quella di suo marito e la strinse in silenzio, senza abbandonare cogli occhi lo strano spettacolo.

Del corpicciuolo di Nenna, non si vedeva altro che il dorso contratto, intorno a cui le gambe e le braccia contorte mettevano una mostruosa cornice; le mani spuntavano di dietro, dando immagine delle zampe d’una rana.

I due pagliacci presero a dichiarare, rubandosi le parole a vicenda, la natura strana di questo fenomeno, ma la rana irrequieta saltellava di qua e di là e Battistone le raccomandava di star ferma, intanto che si faceva la spiegazione. A un certo punto, perdendo la pazienza, il nano disse:

— Ah! non vuoi smettere? Ti farò smettere io. Signori e signore — soggiunse, rivolgendosi agli spettatori: quando abbiano in casa una ragazza che non voglia star ferma, facciano come vedono fare a me.

Egli prese la rana per la maglia, la sollevò e la depose a terra capovolgendola. Uscì allora dal cappuccio rovesciato una testina di fiamma, una faccetta petulante contornata da un’aureola di capelli rossi.

Il pubblico batteva le mani — Nenna rideva.