Poi uno dei pagliacci disse a Battistone gravemente:

— Se io ti do una buona ragione, che ti persuada, prometti di startene sotto tranquillo?

Battistone promise e l’altro ripigliò:

— Vedi, amico, tu non devi venire sopra di noi, perchè hai dimenticato a casa le ali.

Battistone si picchiò la fronte. — Era vero! Quale disgrazia! — E crollando l’enorme testone e allargando il breve compasso delle gambe polpute, si piantò nel mezzo dell’arena, e si lasciò saltare sugli omeri uno dei pagliacci senza barcollare, ma cacciando fuori la lingua per far ridere gli spettatori.

La rana intanto faceva il giro dello steccato a saltellini; le era caduto il cappuccio, e la sua testina vivace appariva intera in mezzo all’onda dei capelli rossi; dai palchetti della prima galleria le signore si affacciavano per dirle qualche cosina gentile quando passava sotto: — Nenna! Nenna! Ed essa alzava gli occhi giocondi. — Ti fa male star così? — La rana faceva di no col capo e rideva.

Il secondo pagliaccio tirato su dal primo era andato a metterglisi sugli omeri, e Battistone li reggeva tutti e due, senza piegare, ma allungando sempre più la lingua, con gran gioia del pubblico.

— Ne puoi portare ancora? domandò quello che stava in alto.

Battistone brontolò con voce soffocata un sì grottesco.

— Signori e signore, annunziò il pagliaccio più alto, Battistone dice di , ma non ne ha voglia; quando è di buon umore egli è solito portare a spasso a questo modo tutta la compagnia, ma oggi non è di buon umore. Porterai ancora la Nenna e nessun altro, sei contento? aggiunse curvandosi a parlare al nano.