La Nenna, che stava allora vicina al palchetto del conte Cosimo, si voltò a guardare verso il portone d’entrata. Un uomo tozzo, di forme poderose, l’Alcide della compagnia, uscì dondolandosi, colle mani sui fianchi. Aveva un faccione che pigliava luce da una gran bocca ridente e da due occhietti tondi ed azzurri; i capelli tagliati a spazzola, del più bel rosso di fiamma, e un grosso naso schiacciato. Vedendo quel colosso curvo accanto a Nenna, non poteva rimanere alcun dubbio della loro parentela. L’Alcide domandò sottovoce alla fanciulla:

— Sei stanca?

E la fanciulla rispose di no.

Allora l’Alcide le prese un braccio, lo piegò adagino, e lo fece uscire da quel viluppo di ossa e di carni, poi fece altrettanto coll’altro braccio; dopo di che le gambe si trovarono naturalmente libere e la fanciulla fu in piedi di scatto. Era, per l’età sua, piccola e tarchiata, ma così agile che pareva quasi snella.

Con un salto fu sulla palma d’una mano del colosso, il quale la fece passare più volte, da una mano all’altra, per presentarla al pubblico. Poi Nenna pose un piede sul ventre di Battistone come sopra uno sgabello e di là si arrampicò sul corpo dei pagliacci. Quando fu in cima, si piantò ritta e superba mandando baci a tutti. Allora l’obelisco si mosse con lentezza, preceduto dall’Alcide fulvo, il quale camminava rinculoni, non istaccando gli occhi da Nenna, e pronto a riceverla nelle proprie braccia, se avesse a cadere.

Battistone cacciava fuori una spanna di lingua.

X.

Invitato da Ambrogio a recarsi alla casina del Mulino a vento, babbo Nicola, ovvero sia l’Alcide, si era affrettato a recarvisi dopo la prova, conducendo per mano la piccola Nenna.

Facendo la lunga e difficile ginnastica della vita, babbo Nicola non aveva avuto molto tempo da pensare, ma pure egli aveva imparato che i mestieri migliori sono quelli pei quali si fatica meno — ed ora andando alla casina, egli aveva in mente d’essere avviato a fare un mestiere eccellente.

Diceva alla bimba, parlandole come se fosse una donna: