— Bella prova! osservò Nenna, è facile.
— Tu gli hai risposto, proseguì babbo Nicola, che ti piacerebbe.
— Invece no, corresse Nenna, andare a scuola non mi piacerebbe.
— Sta zitta, disse l’atleta, siamo arrivati; ecco il signor Ambrogio sulla porta; che cosa gli dirai entrando?
— Gli dirò che mi dia i confetti che mi ha promesso.
Ambrogio, stando sull’uscio, sorrideva con indulgenza alla fanciulla, ma senza abbandono. Quella Nenna che egli aveva visto un giorno fare la rana sopra un tappeto, in una piazza di Milano, era molto mutata, e per essere sinceri, senza guadagnarci nulla. Crescendo, si era fatta grossa e tozza; aveva la guardatura audace, il sorriso sfacciato; non era bella, e per quanto costasse al vecchio Ambrogio l’arrischiar d’essere ingiusto verso una fanciulla innocente, forse quella Nenna non era nemmeno buona.
— Sono venuta, disse la fanciulla porgendo distrattamente le guance per farsi baciare; e tu i confetti ce li hai?
Invano babbo Nicola la guardò scoraggiato e le raccomandò timidamente di smettere. Nenna con un’occhiata ordinò a lui di non seccarla, poi cacciò le mani nelle tasche di Ambrogio. Il vecchio lasciò fare e intanto veniva cercando nella faccia grassa e lentigginosa della ragazza il suo piccolo fantasma d’un tempo. Frugarono così entrambi inutilmente.
— Non ci è nulla! disse Nenna.
— Non ci è nulla, disse Ambrogio. Ma ti ho promesso i confetti e li avrai.