Ma Beatrice aveva altre dieci domande sulla lingua, e non poteva aspettare.
— Da quanto tempo non vai più a scuola, Nenna? Che cosa hai imparato a scuola? Sai leggere? Sai scrivere? Che cosa sai fare? Non ti piacerebbe saper tante cose?
— Anche quell’altro, quel vecchio, mi ha fatto la stessa domanda, rispose Nenna; ma io a scuola non ci voglio più andare; ne so abbastanza, ne so fin troppo! So leggere, so scrivere; ho anche scritto una lettera.
Beatrice domandò senza paura: a chi?
E Nenna rispose che una volta aveva scritto una lettera ad un conte, per fargli sapere che essa andava in Sardegna con babbo Nicola. La sua mamma aveva piegata la lettera ed aveva pensato lei a mandarla.
La contessa guardò deliberatamente in faccia babbo Nicola, il quale rimase impassibile come l’innocenza.
Beatrice non fu soddisfatta.
— Che lettera? domandò all’Alcide.
Il poveraccio si strinse nelle spalle. Egli non sapeva leggere nè scrivere, lo confessava umilmente; egli non sapeva far altro che sollevare dei pesi. Non ignorava che la povera Cesira aveva avuto degli amici... delle brave persone a cui scriveva qualche volta; aveva qualche difetto, la povera Cesira, bisognava darle qualche correzione ogni tanto, ma in fondo era una buona donna. — Diceva queste cose con semplicità, ma dimenando il capo, come per nascondersi allo sguardo insistente di Beatrice.
— Non bisogna parlare di queste melanconie, conchiuse; alla ragazza fa pena.