— D’andare a vedere, corresse, se Angela sta meglio, se può venire qui... se posso andare io da lei... A quest’ora deve essere guarita; le emicranie non durano molto alla sua età...

Sotto uno sguardo affettuoso di comare Beatrice, il professore si sentiva indebolire; si guardava intorno e cominciava a credere che aveva fatto male a tirarsi dietro l’ingegnere.

— Devo proprio andare? disse un’occhiata della contessa.

Si avviò lentamente, quasi a malincuore, e si voltò sull’uscio sperando forse che Silvio si pentisse; l’ingegnere, cogli occhi fissi sulla parete di fronte, pareva un ladro che non volesse restituire la roba rubata.

Subito il professore, andando su e giù per la sala, senza badare al suo rivale, cominciò mentalmente così:

— Ragazza mia, il padre tuo, morendo, ti ha affidata a me; io ho giurato di fare la tua felicità; ti restituisco la parola... no, ti restituisco la fede... ti restituisco la promessa... — Rimanendo in dubbio su ciò che propriamente doveva restituire, ricominciò più volte da capo: — ragazza mia, il padre tuo, morendo...

Rientrò comare Beatrice.

— Peggio che mai, — disse parlando quasi all’orecchio di Silvio per affliggere l’ingegnere; — non ha la forza di vedervi, vi chiede perdono, vuole morire; ma non mancherà alla promessa data...

L’ingegnere continuava a guardare la parete, come se non avesse udito nulla.

Silvio esclamò con allegria nervosa: