— Ci è un equivoco di sicuro; quando la povera ragazza saprà che io sono contento...
Ma non sapeva risolversi ad andare a picchiare egli stesso all’uscio della cameretta di Angela. Gli venne un’idea che già gli aveva servito una volta; strappò un foglio dal taccuino e scrisse, sotto gli occhi di comare Beatrice che baciucchiava la sua creatura:
«Angela, non piangere; il padre tuo morendo mi ha affidata la cura di renderti felice; ed io lo farò, fino all’ultimo giorno della mia vita. Non ti credere legata da una promessa che hai fatto sognando; destati e lascia che il tuo cuore batta liberamente. Io benedirò i tuoi affetti senza rancore.»
Rilesse lentamente queste poche righe, e le sottoscrisse: lo zio Silvio; poi le consegnò con un gesto largo all’ingegnere.
— Io sono stanco, disse, ho viaggiato tutta notte in diligenza ed ho bisogno di riposarmi un poco; comare Beatrice, vi raccomando l’ingegnere; accomodate voi le cose; all’ora del desinare mi farete svegliare, e a tavola non voglio vedere che facce allegre. Lei, ingegnere, dica ad Angela che non ci è proprio nessuna ragione di disperarsi, nè di morire... Solamente, aggiunse mutando accento, badi che io non le concederò la mano di mia nipote fino a tanto che essa non abbia compiuto i quindici anni, e possa pigliar marito... Io non metto in dubbio che oggi la ragazza sia innamorata di lei; ma nella mia qualità di tutore ho dovere d’essere cauto, e come pretendente a spasso ho il diritto di credere che la ragazza, crescendo, possa ancora innamorarsi d’un altro.
Furono queste parole la sua sola vendetta. Sorrise all’ingegnere, strinse la mano di Beatrice, baciò a viva forza il neonato.
— Sapete la strada, compare? domandò Beatrice, tanto per accompagnarlo un tratto.
Quando furono distanti da quell’altro, gli disse sottovoce:
— Siete troppo buono a cedere così... Angela vi ama ancora.
— Può essere, rispose Silvio; non mi meraviglio più di nulla; ma io poi l’amo?... comincio a credere che non l’ho amata mai; è una bambina.