Con queste savie parole egli onorava l’amicizia, ma forse faceva torto a sè stesso. Non doveva essere poi tanto piccino nè tanto debole, se arrivava ad intingere la penna nel calamaio d’un ministro, per nominare Silvio cavaliere dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Il professore non seppe mai che la prima mossa di quel giochetto era stata fatta in casa sua, e leggendo nel decreto come qualmente il Re lo avesse nominato cavaliere «dietro proposta del ministro d’agricoltura e commercio» si compiacque di vedere che i ministri del regno d’Italia avevano la vista lunga.

Ma l’ingegnere Baingio non si contentava di così poco; approssimandosi il giorno delle nozze, egli sentiva il bisogno di pagare un’altra porzione del suo grosso debito e meditava il tiro di mandare Silvio al Parlamento. Incoraggiato da Angela, forte delle parentele estese e delle amicizie vecchie e nuove, lavorando sotto lo stimolo del rimorso, colla parola e colla penna, egli riuscì ad avviare la faccenda per modo da non temere più se non una cosa, cioè che Silvio non avesse ambizioni. Silvio però ne aveva una, di essere apprezzato quanto valeva dai suoi concittadini — e accanto a quell’una ci potevano stare comodamente tutte le altre. Cosicchè quando alcuni elettori zelanti vollero dare ad intendere al professore che erano stati i primi a pensare a lui come all’uomo nato e cresciuto per essere il loro deputato, invece di «quell’altro», Silvio, che non era ingenuo, non credette un’acca, ma non sospettò neppure che la deputazione gli venisse offerta, come gli era stata data la croce, per merito dell’uomo che gli aveva rubato la sposa.

Al solito gli fu chiesto di mettere fuori il programma, e questa volta ancora gli giovò la frase che lo aveva mandato al palazzo comunale. «Il mio programma, egli disse, eccolo: essere onesto, amare il mio paese; non ho mai desiderato di andare al Parlamento, ma se mi mandate, vi andrò a portare una forza: la coscienza.» Belle parole, modeste e sincere, che lo avrebbero fatto stare a casa, se passando per le bocche dell’ingegnere e dei suoi non si fossero ingrossate per modo da non escludere tutto ciò che prometteva «quell’altro», cioè i ponti e i porti, le strade ferrate e l’incanalamento dei fiumi, le bonificazioni dei terreni e l’asciugamento delle paludi, le colonie agricole e l’esenzione dalle imposte.

Intanto che si combatteva la battagliuola segreta dei due deputati, si facevano le pubblicazioni di matrimonio. E un giorno Baingio Marini e Angela Boni, legati dal sindaco, benedetti dal parroco, si imbarcarono per il viaggio di nozze in Terraferma.

Il loro viaggio fu breve. Essi tornarono più innamorati di prima, in tempo per assistere alla inaugurazione della strada ferrata tra Sassari e Portotorres.


Quello fu un gran giorno. I Sassaresi se lo ricordano ancora sebbene di poi abbiano visto una commissione d’inchiesta, un ministro e altre rarità più pompose d’una locomotiva attraversare i loro campi e le loro vallate.

I pastori venuti allora dai lontani stazzi della Gallura e della Nurra, descrivono con linguaggio poetico ai loro figliuoli il gran mostro, che ha le viscere di bragia ardente, la voce del tuono e una gran lingua di fumo nero.

Quello fu un gran giorno. A Portotorres erano accorsi a cavallo, colle loro donne in groppa, quei dell’Asinara e della Maddalena; — quei d’Alghero, di Castelsardo e di Sorso erano tutti a Sassari, diventata un grande albergo. Quivi il pittoresco, ma semplice costume delle donne di Sennori gareggiava col fasto delle belle ragazze di Osilo; e non mancavano le donne di Nuoro e di Bono, ad affacciare nel chiasso dei colori le loro teste fasciate di bianco e i loro busti audaci, con una civetteria mista, di monache e di balie. Nella porta Sant’Antonio, a Sassari, e dinanzi al mare superbo in Portotorres, furono ballati quel giorno i più larghi e chiassosi balli tondi, e fu vista saltellare in quella danza anche la berretta severa di più d’un bandito d’Agius.