Per tutta la via quanto è lunga, attraverso lo sterpeto di San Gavino, per gli oliveti e le vigne di Sassari, era disseminata una gente varia; brigatelle plaudenti d’uomini, donne e fanciulli si affacciavano ai muricciuoli dei poderi; e per salutare il treno, ogni pezzuola divenne una bandiera.

Fra i pochi banditi audaci, che nella confusione di quel gran giorno si erano frammisti alla folla, nessuno aveva veduto Su Mazzone, perchè la molta celebrità rendeva a lui molto pericolosa la folla; ma non perciò egli era mancato alla festa — e quando la locomotiva ebbe passato fischiando l’ultima linea che separa l’oliveto dalla landa, e poi che la gente sparsa sui muricciuoli si fu avviata per lo stradone o per le viottole a Sassari, o raccolta a banchettare nelle case di campagna, un vecchio, piccolo ma superbo, apparve fra i macigni d’un nuraghe diroccato, e stette lungamente, collo schioppo in pugno, colla fronte pensosa, a guardare con diffidenza la via per cui era entrata nella sua isola la nuova civiltà.

Quel bandito canuto, ritto su quella rovina misteriosa d’un nuraghe, come a rappresentare l’ultima barbarie, scese dal suo vecchio piedistallo, coll’anima piena d’ammirazione; un entusiasmo gentile era entrato nel suo cuore superbo; e volle penetrare in Sassari egli pure e chiedere il nome di quel suo fratello ignoto e lontano che aveva inventato le strade ferrate, per poterlo ripetere ai pastori della Gallura e agli echi del monte Limbara. Fu visto e riconosciuto, e gli toccò fuggire.

Da quel tempo non si ebbero più novelle del bandito; una volta corse voce che la giustizia l’avesse arrestato dopo un combattimento accanito; molti Sassaresi si adunarono sullo stradone per veder arrivare Su Mazzone, legato sopra un cavallo, in mezzo ai carabinieri; e fra questi curiosi era uno a cui batteva il cuore, Silvio; ma la giustizia giunse anche questa volta a mani vuote.


E accaddero altre cose in due anni lunghi.

Accadde che Annetta si pigliò Giovanni, e che rimasero entrambi a Speranza Nostra, dove tutto il talento comico della servetta fu messo a larga prova nelle scene di gelosia suscitate dalla barba di Pantaleo.

E accadde che Cecchino Misirolli estrasse un numero basso alla leva e andò soldato, e scelse di fare il carabiniere per non abbandonare l’isola.

E accadde che Ambrogio si ammalò e che credendosi giunto alla sua ultima ora sentì il bisogno di annullare le ultime sue disposizioni testamentarie con un nuovo testamento, il quale fu scritto alla presenza del notaio Pirisi, di Giovanni, di Andrea, di Cecchino, carabiniere appuntato, e di Silvio. Ambrogio con quell’atto solenne d’ultima volontà nominò suo erede universale il conte Cosimo.

Ma quell’eredità non doveva giovare a quel povero conte, non solo perchè Ambrogio si affrettò a guarire, ma anche perchè, continuando a frugare nelle viscere del monte, sopra Iglesias, Cosimo non tardò a vedere che la ricchezza gli veniva incontro un’altra volta.