Già prima che al piccolo rampollo di casa Rodriguez fosse spuntato il dente del latte, suo padre aveva comperato i terreni di Ploaghe, tanto per contentare gli antenati di casa De Nardi, i quali, nelle loro cornici scrostate, sembravano i soli che avessero preso in mala parte la rovina della loro vecchia grandezza.

E accadde che Angela e Baingio se ne partirono per andare a farsi il nido nella miniera; e molte altre cose accaddero che qui è inutile ricordare. Ma il più importante avvenimento di quei due anni lunghi, se si bada al rumore che fece, fu certamente la lotta per l’elezione del nuovo deputato.

La vittoria, non ostante gli sforzi del partito contrario, veniva assicurata al professore purchè egli andasse in giro per le frazioni del collegio, a promettere qualche spaccio di tabacco e molte croci di cavaliere; Silvio si ribellava a ciò con tutte le forze umane, ma intervenne l’ingegnere Marini, prima con lettera, poi in persona, accompagnato, s’intende, da Angela, la quale non si sarebbe potuta staccare nemmeno un giorno dal marito. Quando vide che l’ingegnere Marini era accorso da lontano per preparargli un trionfo nel collegio, e che Angela non aveva esitato a mettersi in viaggio anche lei, non potè resistere e si dichiarò pronto a fare tutto quello che l’ingegnere volesse, per il bene dell’isola. E l’ingegnere giudicò che la prima cosa da fare per il bene dell’isola fosse un viaggio a Castelsardo, dove in un desinare che gli verrebbe offerto dagli amici, ma a cui interverrebbero le autorità, il futuro deputato potrebbe esporre alla buona le proprie idee.

Per preparare a Silvio un’accoglienza festosa nel suo paese natale, l’ingegnere Marini aveva sfruttato ad una ad una tutte le nuove parentele acquistate sposando Angela; e perchè il desinare degli elettori di Castelsardo riescisse degno della solennità, egli aveva strappato al suo talamo il cuoco Giovanni; e perchè la notizia di quel banchetto politico potesse correre veloce e andar lontano, l’ingegnere aveva fatto invitare il corrispondente del giornale di Sassari, e si preparava egli stesso a scrivere in veste di assiduo o di associato al giornale di Cagliari. Non mancava proprio nulla. E veramente il desinare riuscì anche meglio di quanto si poteva aspettare, primo, perchè Giovanni fece miracoli di scienza, poi perchè la politica non vi entrò che a metà, essendo state invitate al banchetto anche le signore. V’intervennero infatti oltre la signora Beatrice e la giovane signora Marini, anche la moglie del sindaco e quella del conciliatore. A tavola Silvio ebbe il posto d’onore, all’estremità della mensa; aveva alla diritta la sindachessa, a mancina la conciliatrice. Dirimpetto a lui stava il sindaco, stretto fra Beatrice ed Angela. Cosimo gli si era messo vicino, proprio accanto alla sindachessa, ma l’ingegnere Marini, dopo essersi fatto in quattro per lui, lo aveva abbandonato all’ultimo per stare al fianco della sua giovane sposa.

Tutto quel giorno il povero professore aveva assaporato la lode espressa nelle forme più schiette ed ingenue; quelle parole lusinghevoli, dette alla buona, messe innanzi talvolta bruscamente quasi come un rimbrotto paterno, talvolta come una sentenza brutale, contro cui fosse vano ogni appello, avevano per lui un sapore agreste. E già prima che la malvasia di Sorso cominciasse ad andare in giro, Silvio si sentiva mezzo brillo. Riconosceva ora che un’altra forza si celava nell’anima propria, e che poteva essere quella stessa che egli a mente riposata aveva chiamato la propria debolezza, la vanità; gli piaceva la violenza che veniva fatta da ogni parte alla sua modestia, perchè si desse vinta; senza avvedersene, pigliava gusto agli assalti continui e inaspettati, coi quali lo costringevano a riconoscere che egli era un uomo di gran merito, un agronomo di prima forza, un economista pieno di senno, un amministratore capace di cose grandi.

L’ingegnere Marini l’aveva avvertito che alle frutta il sindaco gli avrebbe fatto un discorsetto per dargli il ben tornato in patria, che dopo il sindaco avrebbe parlato il notaio Piredda, e poi il segretario comunale, e che un giovane caro alle Muse avrebbe improvvisato qualche strofetta prima di levar le mense. Il professore era rassegnato a tutto.

— Lei, zio Silvio, risponda poche parole di ringraziamento; poi accenni, senza determinare nulla, alle prosperità che l’isola è in diritto di avere dal Governo e dalla sorte — più dalla sorte che dal Governo, perchè io credo che alla vigilia di divenir deputato non convenga mettere il Governo colle spalle al muro; la sorte invece ci si può mettere.

Così era venuto dicendo, in forma di celia, l’ingegnere Marini; e Silvio gli aveva dato un sacco di ragioni, aggiungendo che, per non trovarsi alla mercè della parola e della malvasia, gli sarebbe convenuto preparare il discorsetto da improvvisare alle frutta. Ma come fare ora?... Lo sgomento di Silvio fu breve, fin troppo, da non parer sincero all’ingegnere Marini. E veramente, già degno dei lauri parlamentari, nella notte il professore aveva scritto e mandato a mente una magnifica risposta ai temuti brindisi e discorsi.

«Amici — (la sua risposta incominciava così) — permettete che io vi chiami con questo nome, il solo che mi suggerisca la commozione che io sento in questo istante — amici, io vi ringrazio con tutto il cuore, non solo perchè mi avete data una gran prova d’affetto, ma perchè qui ho inteso generose parole non a me dette, chè io sono poca cosa, ma all’isola nostra, grande anche nella sua miseria.»

Silvio era sicuro che qualche parola generosa verrebbe pronunciata dal sindaco o dal maestro di scuola, o che almeno ciascuno degli oratori si darebbe ad intendere di averne detta più di una — e non ebbe timore che gli toccasse poi variare l’esordio; piuttosto, ogni tanto, nel portare il bicchiere alle labbra, quando il desinare era più innocente, egli veniva colto ad un tratto da uno sgomento tremendo; gli pareva che già toccasse a lui, e che tutti gli occhi fossero fissi sulla sua bocca per vederne uscire un fiume di oratoria, e che il discorso della notte si fosse cancellato interamente dal suo cervello. Titubava un poco, sorridendo alla sindachessa o alla conciliatrice, ed afferrato il filo, si provava a ripetere mentalmente: «amici, permettete che io vi chiami con questo nome, il solo che mi conceda la commozione che io sento...» Era da compatire; egli non aveva mai parlato in pubblico, il vino nero di Sorso era tonico come un cordiale, e in faccia a lui Angela, più bella che mai, continuava a tenere una mano sotto la tovaglia, voltandosi a sorridere a suo marito, quando egli probabilmente glie la stringeva più forte.