— E ve n’è uno che pare un vescovo, e alza la mano per benedire.

— Monsignor Giaime De Nardi! mio prozio. Grazie Annetta.

III.

Il professor Silvio, ritto nel mezzo del salotto, col cappello stretto fra le due mani e lo sguardo fisso a terra, non udì il passo leggiero della contessina Beatrice, la quale gli fu sopra alla sprovveduta, gli afferrò il cappello con ambe le mani, e piantandosigli in faccia in una maniera dispotica, disse:

— Di che umore è oggi il signor orso? e soggiunse senza dargli tempo:

— Il signor orso è d’umor nero, si vede subito.

Silvio a queste parole si scosse e si provò a sorridere. Aveva un sorriso dolce il signor orso; alla luce di quel sorriso, la sua faccia scura pigliava un aspetto piacevole, quasi bello. Tuttavia egli non rispose nulla e non allentava nemmeno la stretta con cui teneva il cappello, sebbene la vezzosa interlocutrice facesse un po’ di violenza per istrapparglielo di mano. Non vi riuscendo, ordinò: «lasci andare,» e Silvio obbedì chiedendo scusa.

La contessina lo minacciò col dito ed andò a deporre il cappello sopra una sedia.

— Dunque? disse poi tornando incontro all’amico con una certa gravità. Dunque ce lo vuol dire che cosa ha quest’oggi? Ci vuol dire come sta Angela?

Beatrice si era buttata a sedere sopra un divano, ed invitava l’amico a venirle al fianco, ma l’invisibile laccio d’un pensiero tratteneva Silvio in mezzo alla stanza.