— A questo mondo ci si viene come al mercato — mormorò Ambrogio.

Ma l’altro, intanto che adattava l’occhialetto alla sua cornice naturale, fece intendere con un gesto e con un risolino che, non avendo voluto dir questo, non rifiutava neppure l’interpretazione arguta.

— Ventottomila lire, mormorò il compratore.

Ambrogio velò solennemente il lampo dello sguardo, e disse ad occhi chiusi, alzando un tantino il capo verso il soffitto:

— Trentamila; si è detto trentamila, e saranno trentamila; se no, non ne facciamo nulla.

Quando Ambrogio riaprì gli occhi, fu stupito di vedere che il suo avversario si era chinato ad esaminare le gambe di un tavolino e non gli badava.

In quel punto s’udì un lieve rumore sulla parete dirimpetto, e fu visto il conte Cosimo scostare le mani dal volto e mettere sulle labbra un sorriso; subito dopo si aprì un uscio celato nella tappezzeria, ed apparve una giovine signora, una donnina bianca e dilicata, un ninnolo da salotto. Entrò sorridendo, cogli occhi sfavillanti, con mosse da bimba viziata; ma un po’ di impaccio era visibile anche nella sua disinvoltura.

Il conte Cosimo s’era rizzato; la giovine donna, senza guardarlo, e con un lieve tremito nella voce, cominciò a dire:

— La mamma... Ah! buon giorno signor Ambrogio — e s’interruppe per guardare curiosamente il signor Cilecca, che era quasi nascosto sotto il tavolino.

— Ebbene, la mamma?