»Io tremo per te; prudenza, fratello mio; se lo puoi fare senza pericolo, scrivimi ancora. Addio per ora. Mi batte il cuore al pensiero di rivederti, dopo tanti anni, e dopo tanto dolore!»
Quand’ebbe finito, si volse e sorprese la contessa Beatrice, che, stando dinanzi al marito, si era rizzata in punta di piedi e gli aveva afferrato la testa colle mani, due manine piccolissime e bianche. Essa voltava le spalle alla scrivania, egli aveva la faccia melanconica abbassata amorosamente verso di lei.
Silvio si arrestò a contemplare quel quadro; le maniche dell’abito della contessa, che usavano corte, erano accorciate ancora dalla positura, e lasciavano vedere quasi interamente due braccia candide e tonde; la contessina aveva il corpicino snello, ma non scarno, tutt’altro; sotto il grosso mazzocchio di capelli biondi, attraverso la peluria ribelle al pettine, si vedeva un grosso neo, messo lì dalla tentazione....
Il signor orso notò tutto questo e cominciò a sorridere, proponendosi di star lì ad aspettare i comodi dell’amico per ridergli poi in faccia, allegramente. Tutto ciò nel primo istante; un momento dopo egli cessava di guardare e si rimetteva al suo scritto. Si affacciarono forse all’anima di quell’uomo invecchiato dai pensieri e dagli studi le larve d’un mondo ignorato, perchè egli ripiegò sbadatamente la lettera, la suggellò, prese la penna per fare la soprascritta e rimase lì senza scriver nulla.
— Ha finito? chiese la voce della contessa Beatrice.
— Ha finito? ribattè Silvio con accento giocondo, senza voltarsi.
Allora il professore scrisse, curvandosi molto sulla carta:
«Al Signor Efisio Pacis — ferma in posta — Sassari.»
La contessina ripeteva sottovoce al marito: «ci ha visti!» e rideva.