In campo rosso seminato di bisanti d’oro, una croce nera di Sant’Andrea; sullo scudo, un elmo disposto a mezzo profilo, tutto d’argento rabescato, bordato ed ingraticolato di diciasette pezzi d’oro, colla gorgeretta dello stesso metallo, e su quest’elmo, unico cimiero, una penna d’aquila; sopra un listello svolazzante il motto: semper olet!
Era questo lo stemma glorioso della nobilissima famiglia De Nardi, che aveva attraversato i secoli serbando intatta la sua gloria primitiva e raccogliendone dell’altra. Quando nel 1326 i Pisani sconfitti dagli Aragonesi abbandonarono l’isola per sempre, si erano già innestati nella famiglia De Nardi i più puri elementi della vecchia nobiltà sarda. I Pisani se ne andarono, ma i De Nardi rimasero. Ne troviamo uno — Cosimo De Nardi — delegato dal giudice di Arborea agli stamenti che si tennero in Alghero dal re Pietro d’Aragona per pacificare i vassalli tumultuanti; e uno ne troviamo segretario intimo di quel Guglielmo di Narbona che si sottomise alla corona aragonese. Fra quello degli stamenti e questo della sottomissione, ve ne sarebbe dovuto essere almeno un altro, più fortunato ancora, vissuto al fianco della grande Eleonora, — ma l’albero della famiglia De Nardi in quel tempo glorioso intristì, e non produsse che un Martino De Nardi, sospetto di aver voluto far parte coi repubblicani, contro la savia giudicessa.
Poi l’antico seme dell’albero gigantesco si prese la rivincita con una serie di De Nardi uno più meraviglioso dell’altro.
Un Imperio De Nardi nel 1535 si trovò alla conquista di Tunisi con Carlo V, e un Mattia De Nardi fu giudice della Corte Criminale fondata da Filippo IV; a quel tempo la famiglia De Nardi si era già riconciliata colla Spagna e le rimase fedele, attraverso le generazioni, fino al trattato di Utrecht, che dava la Sardegna all’Austria. Allora il più disgraziato dei De Nardi, per non offrirsi vittima alle persecuzioni succedute alla guerra civile, se ne andò in Ispagna, d’onde ritornava glorioso nella spedizione navale del cardinale Alberoni; ma mettendo il piede nella sua terra riconquistata, cadde ai primi colpi.
Ci furono dei De Nardi assolutamente infelici; i quali patirono la confisca dei beni, quando l’Austria riebbe la Sardegna in forza del trattato di Londra; e ce ne fu uno, il vescovo Giaime De Nardi, il quale ottenne da Vittorio Amedeo II il bene intenzionato, la restituzione dei beni alla famiglia e il riconoscimento dei diritti feudali.
I De Nardi non tralignarono più; e per tutto un secolo noi ne vediamo qualcuno del ramo laterale giudice della reale udienza, professore o monsignore; ma il capo della famiglia, il conte glorioso, non lasciò più una sua casa di Ploaghe, onorandola del nome di palazzo e della propria presenza.
L’ultimo De Nardi, padre della contessa Veronica, portò degnamente per 70 anni la gloria d’essere il rampollo autentico d’una grande famiglia, il dolore di essere il rampollo ultimo; e visse, per colpa dei tempi volgari, in guerra col cinghiale, col cervo, colla grammatica e coll’ortografia.
Sì, perchè il conte Gavino De Nardi era ignorante come un bue, ma non se ne vergognava perchè era superbo e vano come un eroe d’Omero. Quand’egli, circondato da’ suoi cortigiani, mandava in giro la vecchia malvasia e la vecchia arguzia, tutto il coro sentenziava che erano squisite entrambe. Al quarto bicchiere di malvasia, alternato coll’almadras e colla vernaccia, il conte De Nardi era intimamente persuaso di valere assai più di certi dottoruzzi dei tempi novissimi. E quando, dopo aver vantato prodezze ed accortezze ad un pubblico sonnolento, si alzava barcollando per mettere gentilmente alla porta i proprii ammiratori, se gli veniva fra le mani la gazzetta che si faceva mandare dal continente, gli bastava leggere sulla fascia: All’Illmo signor conte Gavino De Nardi per provare una segreta compiacenza, una contentezza di sè, ignota agli uomini volgari. Egli non leggeva quasi mai altro, nella sua gazzetta; quel foglio di carta stampata attraversava il mare ogni settimana per venire come un postulante in casa del magnifico conte De Nardi, che non gli dava retta. In questo modo di trattare la stampa, il vecchio metteva una certa vanagloria, di cui sarebbe stato imbarazzatissimo a dichiarare la natura, dove avesse mai avuto l’ingenuità di perdere il tempo nel ricercare l’origine e la composizione dei proprii sentimenti. «Questa è roba per lor signori, diceva un bel giorno al curato ed al giudice di mandamento, spingendo sulla tavola un fascio di gazzette intatte; se le spartiscano da buoni fratelli.» Gli altri ridevano, ma il magnifico conte Gavino De Nardi rimaneva serio per non guastare il sapore della celia.
Bei momenti quelli! e in sostanza i soli in cui trovasse un po’ di conforto l’ultimo rampollo di un albero genealogico, che aveva sfidato i secoli, e che doveva inevitabilmente cadere. La faccetta tonda e vivace della sua figliuola Veronica, il visino soave e patito della piccola Mimmia gli sorridevano inutilmente. Egli aveva pensato perfino ad un secondo matrimonio; sebbene avesse fatto il primo a quarantacinque anni e fosse rimasto vedovo a sessanta, anzi per questo appunto, dopo alcuni bicchieri di vernaccia saviamente alternati, come si è detto, coll’almadras e colla malvasia, si sentiva capace ancora di grandi cose. Ma la difficoltà di trovare una sposa giovine e di antica nobiltà, la quale fosse disposta a tentare con lui la impresa malsicura di far nascere un rampollo maschio ai piedi della vecchia pianta, questa e parecchie altre difficoltà, non confessate ma intravedute a digiuno, lo avevano serbato fedele alla memoria della sua defunta compagna.
Un giorno la contessina Veronica, il senno in persona, era venuta a dire al babbo che pensasse a darle marito.