Su quella fronte bianca nemmeno l’ombra del lucido senno di Veronica.

Il vecchio De Nardi comprese tutto ciò in una sola occhiata indagatrice — ma non vide il resto.

Ohimè! il resto era già l’amore!

Sì, la piccola Mimmia, a sedici anni non compiti, era innamorata. Tutte le notti, mentre suo padre si copriva della gloria degli avi al cospetto del giudice e del farmacista, essa se ne veniva sul balcone ad interrogare l’avvenire. E l’avvenire le parlava nel buio, dal ciglio d’un muricciuolo, per bocca di Gaspare Boni, giovinetto ventenne, che non aveva due goccie di sangue di crociati nelle vene, ma faceva ogni sera molta strada a piedi per dire a Mimmia che l’amava più della vita.

Quando il conte De Nardi seppe il disastro di cui era minacciata la sua casa, fu pronto a deliberare. Le porte del convento di Santa Elisabetta in Sassari si aprirono per ricevere una novizia, e fu Mimmia.

La timida fanciulla entrando nel convento non pianse; al contrario, alzò gli occhi sereni al cielo, in un certo modo rassegnato, in cui le superiore non seppero leggere altro che una rinunzia alle vanità del mondo. Ma la notte, quando la novizia andò in coro ed affacciò il viso alla grata di legno, spingendo lo sguardo nel buio della chiesa, rotto dalla lampada dell’altare maggiore, essa interrogò ancora l’avvenire, come già sul balcone della propria casa feudale. Alle funzioni religiose Mimmia cantava, e la sua voce limpida, mentre si innalzava al cielo invocando l’ostia della salvezza, scendeva pure in chiesa a ricercare fra le navate un’eco del mondo che la chiamava.

Una notte, quando la chiesa fu piena d’ombra e di silenzio, qualche cosa, che ai riflessi rossigni della lampada lontana pareva un ragno attaccato al suo filo, fece un’audace ascensione fino al coro delle monache; e un’altra notte scese e risalì. Quella cosa, che non era un ragno, sebbene fosse un’insidia del mondo, portava nel cuore di Mimmia e di Gaspare una felicità sacrilega. E dal più vicino altare un santo alzava la mano a benedire.

Vennero i giorni pasquali; le monache di Santa Elisabetta furono occupatissime a preparare colle loro mani i pasticcini di mandorle, che forse non a caso furono chiamati sospiri. A questa manipolazione importante pigliavano parte tutte le suore; le più abili davano lezione alle inesperte, e la notte della grande infornata, una pallida gioia accendeva tutti quei volti scoloriti dalla clausura. Mimmia volle vedere ogni cosa, venne anch’essa dinanzi alla gran bocca del forno, e si affacciò a guardarvi dentro ridendo e battendo le mani, poi finse d’andare nella sua cella, ma entrò invece nello stanzino della portinaia, prese una chiave e scese le scale al buio.

Il cuore non le batteva più; e quando fu dinanzi alla porta del piccolo giardino, per poco Mimmia non cadde — ma le fanciulle timide pigliano a volte un gran coraggio nella stessa paura; Mimmia trovò la toppa ed aprì.

Eccola in giardino, fra le braccia di Gaspare. Un’altra porticina che metteva sulla strada era socchiusa; Mimmia allora sciolse la veste d’educanda che lasciò sulla soglia di quel luogo profanato, ed apparve agli occhi dell’amante in una succinta veste di fanciulla. Uscirono. L’aria della libertà e dell’amore diede il capogiro a Mimmia, ch’ebbe bisogno d’essere sorretta da Gaspare; ma fu una debolezza passeggiera.