Sebbene a quel tempo i matrimoni colla fuga fossero frequenti in tutta l’isola, questo di Mimmia fece chiasso per le circostanze che lo accompagnavano. Il vecchio conte De Nardi empì la casa feudale d’invettive, tempestò la curia vescovile di querele, ma tutto inutilmente.

Mimmia era divenuta una borghesuccia. E allora il vecchio conte fece testamento. Diseredò la figlia degenere e raggiunse gli antenati in un mondo migliore.

Mimmia era la nonna di Angela, di quella piccina che si annoiava in collegio e della quale la contessa Veronica, che era il senno in persona, non aveva mai parlato senza crollare il capo.

Più d’una volta anzi aveva aggiunto una frasetta sibillina a quella mimica di mal’augurio; e la frasetta, come la mimica, diceva press’a poco che Angela un giorno o l’altro avrebbe fatto la sua corbelleria, perchè aveva nelle vene il sangue della nonna buon’anima, quello della madre che non valeva molto più, e per sua maggior disgrazia anche quello di suo padre, che valeva meno di nulla.

La madre di Angela, l’unico frutto delle nozze celebrate da prete Serafino, era stata dotata di una di quelle bellezze che mozzano il respiro alla gente. Buona ragazza del resto, essa appena appena sapeva di esser bella; si chiamava Bebbia. Si era lasciata amare da tutti i giovinotti senza preferirne alcuno, e si era lasciata promettere in moglie per l’appunto a quello che le piaceva meno. Il fidanzato però era nobile, e alla buona Mimmia, che per unirsi al suo Gaspare aveva sceso tutta la scala dell’araldica, non ispiaceva di farne risalire qualche gradino a sua figlia, mettendola al braccio del cavalier Maurizio.

Ma intervenne l’amore, che era sempre rimasto in disparte in tutto questo negozio, ed intervenne proprio all’ultim’ora, quando i preparativi delle nozze erano fatti e le nozze imminenti. Un brutto giorno il cavalier Maurizio in persona fu testimonio dell’estasi che colpì un certo signor Giorgio vedendo la bellissima Bebbia, e del turbamento e del pallore che resero Bebbia ancora più leggiadra. Quel signor Giorgio era plebeo, ma bello, più bello del cavalier Maurizio, che non era bello niente affatto; in compenso il cavalier Maurizio era impertinente e s’immaginò di dare una lezione a Giorgio; vi riuscì male; apparve chiaro a tutti, e prima che ad ogni altro a Bebbia, che non solo Giorgio era un bel giovinotto, ma aveva spirito e cuore. E quindici giorni dopo, Bebbia, per sottrarsi al cavalier Maurizio che ormai la minacciava da vicino, se ne fuggì con Giorgio e divenne sua sposa al cospetto di Dio e dello stesso prete Serafino, che aveva unito in matrimonio suo padre e sua madre.

Questa volta la storiella fu gaia, ma non per il cavalier Maurizio e per il suo parentado; tutta Sassari ne parlò allegramente, e prete Serafino, oramai vecchio, ne empì le orecchie della gente sfidando senza paura i fulmini della curia vescovile. Giorgio condusse la sposa conquistata a Castelsardo, e visse colà solitario, nella casa dei suoi padri, in compagnia di un fratello minore, Silvio. Ma un giorno Gaspare si ammalò gravemente e volle vedere la figlia prima di morire. Da Castelsardo a Sassari, per un buon tratto di via, tutta una carovana di amici e di servi a cavallo accompagnò la bellissima Bebbia; poi i due sposi proseguirono soli con l’unica compagnia d’un vecchio pastore soprannominato Su mazzone[1], che aveva lo schioppo lungo e la vista lunga.

A Bebbia, sebbene sempre innamorata del marito, non piaceva viaggiare standogli in groppa e stringendoselo al petto; essa preferiva cavalcare liberamente il suo bel baio, il quale la conosceva e voltava la testa a guardare la mano bianca che gli lisciava la criniera.

Nulla si seppe mai di quel viaggio; solo quando Bebbia giunse alla casa paterna e vi trovò suo padre morto e la madre in lagrime, fu notato che essa tremava per tutta la persona, ma non pianse. Suo marito e Su Mazzone lasciarono Sassari frettolosamente con un pretesto che non accontentò nessuno, e il giorno dopo, in un campo aperto sulla strada di Castelsardo, fu trovato il cadavere del cavalier Maurizio; una palla gli era penetrata in bocca spezzandogli i denti; un’altra palla gli aveva passato il cuore.

Il parentado del cavalier Maurizio accusò ad alta voce Giorgio, e la voce pubblica si unì sordamente ad accusarlo, dandogli un complice, Su Mazzone.