Due giorni dopo la giustizia con una buona scorta di cavalleggieri entrava in Castelsardo come a dar battaglia, e veniva a schierarsi dinanzi alla casa di Giorgio, al cospetto di tutta la popolazione sbigottita. La porta era chiusa, ma al primo colpo del martello, si aprì. Apparve un giovinetto poco più che ventenne, Silvio; egli era pallidissimo, perchè la tremenda notizia era giunta fino a lui; ma quando fu interrogato, non seppe o non volle dir nulla, se non questo: suo fratello era partito colla sposa, e non si era più visto. I servi confermarono le parole del giovine; la giustizia volle guardare sotto i letti, nel granaio e nella cantina, fece processo verbale e se n’andò solennemente com’era venuta.
La scomparsa di Giorgio aggravava l’accusa, la quale, sostenuta vigorosamente in contumacia dal rappresentante della legge, produsse una magnifica sentenza capitale, che per parecchi giorni fu letta con avidità su tutte le cantonate di Sassari e di Castelsardo.
Dov’era intanto Giorgio? Si diceva che avesse lasciato l’isola di notte, sopra una barca di contrabbandieri, salpando dalla spiaggia di Castelsardo. Era stata una fuga ardita e difficile; durante un uragano, si diceva, oppure in una notte di bonaccia, ma senza luna; — Giorgio aveva acceso un fuoco sulla costa, od aveva sparato due schioppettate al vento, per dare il segnale ai contrabbandieri; la barcaccia si era accostata, l’omicida aveva però dovuto fare un tratto a nuoto fra gli scogli, ed era andato.... dove? a Tunisi, oppure sopra un’isoletta del Mediterraneo a vivere di rimorsi e di digiuni.
La sostanza di tutte le ciance è che Giorgio, scomparso veramente, non aveva più dato notizie di sè, almeno alla giustizia. Forse la giovine moglie abbandonata ne sapeva qualche cosa, ma essa non parlava più dopo la sciagura che l’aveva colpita, e molti credevano che il terrore le avesse veramente tolto la favella. La poverina pagava cara la sua scappatella, era questa l’opinione di tutti; già, di matrimoni colla fuga non ne riesce mai bene uno; è la morale pubblica che lo insegna. Sì, la bellissima Bebbia pagava caro, fin troppo, perch’era stata buona colla gente e si trovava alla vigilia di diventar madre. Se non parlava più di sua volontà, faceva bene; che cosa mai avrebbe potuto dire la disgraziata? Quando la gran mano che ci sta sopra, ci cade addosso e ci schiaccia, è meglio star zitti....
Così diceva la gente con cui Bebbia era sempre stata buona. Dell’altra gente, a cui la poverina non aveva fatto nè bene nè male, sentenziava: «Aveva gli occhi troppo belli, e si è sempre visto che gli occhi troppo belli sono fatti per piangere o per far piangere; povera la creatura che nascerà da lei! povera la mamma che l’ha fatta!»
Ah! sì, Mimmia era veramente da compiangere; era stata punita dove aveva peccato, perchè si sa anche questo, che le colpe dei genitori sono espiate dai figli. Mimmia, non più giovane, ma bella ancora, circondata dal cattivo mondo, in cui il suo Gaspare l’aveva lasciata sola; Mimmia, che aveva visto nella fuga della figliuola la propria condanna, ora, nella orribile sventura che la colpiva, intravide l’espiazione. E fu forte la povera Mimmia; nell’asciugare le lagrime di sua figlia, essa spese tesori di tenerezza materna. Accusando sè stessa del dolore della sua Bebbia, le aveva chiesto perdono umilmente ed era andata nella chiesa, già profanata coll’amor suo, per pregare santa Elisabetta di accontentarsi delle pene che erano entrate nella sua casa e di non far soffrire anche il nascituro di Bebbia.
Poi indusse il fratello del suo disgraziato genero a lasciare Castelsardo e venirsene a Sassari, per curare la faccende comuni, e chiuse la porta della propria casa al mondo.
Bebbia morì, sorridendo ad una creaturina innocente, che si chiamò Angela. Le donne che vegliavano il cadavere della povera madre, narrarono d’aver visto penetrare di notte nella stanza mortuaria un uomo alto, colla barba nera e folta che gli scendeva sul petto, i capelli lunghi ricadenti sulle spalle, e nello sguardo una gran luce, velata da un gran dolore. Quell’uomo, o quel fantasma, aveva imposto silenzio a tutti, senza dir nulla, si era accostato al cadavere di Bebbia, le aveva scoperto il volto per guardarla lungamente, poi era caduto in ginocchio ed aveva pianto come un fanciullo. A quel segnale tutti avevano incominciato a piangere, senza eccettuare la neonata, che gemeva nella vicina stanza, perchè non aveva il latte di sua madre.
Quell’uomo era scomparso nella medesima notte; e due giorni dopo la giustizia aveva mandato a fare una perquisizione nella casa della sventura. Mimmia, dopo aver chiuso i grand’occhi della sua morta e messole un crocifisso fra le mani, l’aveva vista andare al camposanto, senza piangere; poi si era presa in braccio la piccola Angela e le aveva detto mestamente: «la nonna vorrebbe vivere per te, bimba cara, ma non può.» Visse nondimeno parecchi anni ancora co’ suoi morti e con Angela, e prima che il dolore finisse di ucciderla, si fece promettere da Silvio, che egli sarebbe stato per la bambina come un padre.
Rimasto solo colla nipotina, Silvio si sentì imbarazzato della promessa fatta, e pensò di andare a Milano, per affidare l’educazione di Angela ad un buon collegio di fanciulle. Non a caso egli aveva scelto Milano; in questa città viveva la savia contessa Veronica, confortata nella vedovanza dallo splendore de’ suoi antenati, dalla pace della sua coscienza e da un figlio, il quale si era unito in matrimonio ad una signorina del più puro sangue lombardo.