Silvio immaginava che la sorella di Mimmia si sarebbe intenerita alla vista di quell’ultima gemma di un ramo fulminato, tanto più che Angela era bella come il suo nome, bianca e sorridente come l’innocenza.

Ma anche in questa congiuntura la contessa Veronica non ismentì il vecchio senno; essa accolse Silvio con molta indulgenza, sebbene fosse fratello d’un bandito, che aveva fatta la rovina di Bebbia; non disse, ma pensò e lo lasciò intendere, che Bebbia si sarebbe perduta ad ogni modo, perchè le era entrato nel sangue il sacrilegio di sua madre, disse invece che bisogna essere umili nel mondo e perdonare le diavolerie commesse dagli altri, pensando che il demonio poteva farle commettere a noi stessi.

A quest’ultima frase Silvio perdette la flemma e ricordò alla savia contessa che Mimmia e Bebbia erano morte entrambe. Osservazione imprudente che la savia Veronica ribattè con pacatezza, sentenziando che l’indulgenza è utile solo coi vivi, perchè i morti non ne hanno bisogno. Che cosa avrebbe potuto rispondere Silvio? Fortunatamente Cosimo e Beatrice gli vennero in aiuto pigliandogli di mano la piccola Angela e coprendola di baci e di domande.

Allora la contessa Veronica lanciò al fratello del bandito un ultimo sguardo severo, si rivolse anche lei ad Angela e si degnò di farle un interrogatorio.

— Come ti chiami? le disse.

La fanciulla si voltò appena per rispondere frettolosamente: Angela! e immaginò d’essersi sbarazzata della seccatura.

— Quanti anni hai? insistè la contessa chinando il capo per guardare di sotto in su con un’occhiata scrutatrice.

— Sette.

— Dicono che questa è l’età del giudizio! sospirò la contessa Veronica.

— Lo dicono, confermò Silvio con un po’ di sarcasmo.