— Angela, proseguì la contessa senza badare al giovane; avvicinati; metti le tue mani nelle mie, e lascia che io ti guardi bene in faccia.

La piccina stentò ad adattarsi a quella positura incomoda; avrebbe preferito lasciarsi accarezzare da quella signora giovane, che rideva con tanto abbandono o da quel signore che aveva gli occhi tanto dolci, guardandola.

— Aspetta, disse alla signora giovine, mentre porgeva le mani alla vecchia, non te ne andare.

— Hai gli occhi di tua nonna, sentenziò gravemente la contessa Veronica.

Qualcuno sospirò in maniera d’essere udito, Silvio forse, ma la contessa Veronica non si degnò d’avvedersene.

— Chi può sapere che cosa celi tu in questa testina bionda? proseguì la donna savia; oggi i tuoi occhi sono sereni, il tuo sorriso è dolce, ma domani forse...

— Domani andrò in collegio, disse Angela.

— Domani andrà in collegio, ripetè Silvio.

Allora la contessa Veronica si rassegnò a baciare in fronte la fanciulla, e l’interrogatorio finì.

Quando Angela se ne fu andata, la contessa si affrettò a sospirare al cospetto di sua nuora, dichiarando che le era sembrato di vedere nella faccia della fanciulla qualche cosa di strano, come chi dicesse lo embrione di una corbelleria che doveva commettere più tardi.