Non si dichiarò neppure molto contenta di Silvio; prima di tutto egli era troppo grave per la sua età, — l’esperienza le aveva insegnato che la gravità anticipata va a male nell’età matura, — e poi aveva un sorriso corbellatorio, e poi... insomma non le piaceva. Basta, si consolava pensando che nel mondo ci è posto per tutti... non è così?

Beatrice, per non dire nè sì nè no, quella volta rise; in seguito, divenuta amica di Silvio e amicona di Angela, non rise più — e allora la contessa Veronica fece il sagrifizio di tenere celati i suoi cattivi presentimenti; non così però che non ne trapelasse ogni tanto qualche cosa; ma si sa bene, la verità è come il fumo, si fa strada da sè, ed è impossibile nasconderla.

Dal giorno in cui Angela aveva fatto la prima visita alla sorella di sua nonna erano passati cinque anni. In questo tempo la contessa Veronica aveva continuato a sostenere in Milano il decoro delle due casate Rodriguez e De Nardi, spendendo nella difficile impresa un po’ più delle sue rendite, e non risparmiando il suo grosso capitale di prudenti aforismi e di savie sentenze.

Silvio, per far qualche cosa, aveva studiato l’agronomia.

Angela aveva studiato il francese, il pianoforte e meno spontaneamente l’aritmetica.

La contessina Beatrice, docile ai voleri di sua suocera, aveva portato nelle feste milanesi gli strascichi più lunghi, le più belle spalle ed il sorriso più spensierato.

E in tutto questo tempo, Giorgio, non aveva dato segno di vita. Su Mazzone, il quale dopo l’affare si era dato alla campagna sfidando col suo lungo schioppo tutta quanta la civiltà, era stato preso dieci volte — ma la notizia era stata smentita dieci volte. Su Mazzone era da per tutto, fuorchè in carcere; dicevano che avesse un sottile veleno nascosto nell’unghia del mignolo della mano mancina, e che, ridotto agli estremi, per non cadere vivo nelle mani della giustizia, gli sarebbe bastato succhiarsi il dito — ma persone meglio informate sostenevano che portasse invece una pistola corta, sempre carica e sempre pronta, appesa al collo per il grilletto, colla bocca in su; un giorno o l’altro, bruciata tutta la polvere della sua fiaschetta e stesi al suolo moltissimi cavalleggieri, gli basterebbe incrociare le braccia sul petto, e rialzare il capo bruscamente per presentarsi, carico d’un nuovo delitto, al tribunale celeste.

V.

Era stata un’impresa difficile condurre a termine il testamento della contessa Rodriguez-De Nardi, ma il notaio Parolini vi aveva messo tanta grazia verbosa, e il suo egregio collega tanta docilità muta, che il negozio era finalmente riuscito. La contessa Veronica aveva potuto scrivere il proprio nome colla mano mancina, dopo di che aveva dichiarato «che ora poteva morire,» melanconia subito smentita dal notaio Parolini, dalla contessina Beatrice e da un sorriso della medesima inferma, che tutti e tre insieme avevano detto: «ora può vivere.»

Per incominciare, la nobil donna provò a farsi venire in mente una di quelle sue bizzarre idee di persona sana, che già avevano variato piacevolmente la noia d’una carriera mortale tutta percorsa nei sentieri delle virtù cardinali e teologali.