— Bambina mia, disse a sua nuora, mi pare che se facessi venire un paio di concertisti che mi sonassero tutta la mia vecchia musica, guarirei più presto; tu che ne dici?

La contessina stette un po’ a riflettere, e fece notare timidamente che forse le darebbe noia aver due concertisti nella camera; piuttosto, se voleva, farebbe spingere il suo Erard nella camera e si proverebbe lei a sonare la vecchia musica.

La contessa Veronica non disse nè sì nè no, e quel giorno stesso il disgraziato Cilecca, essendo venuto con un cattivo pretesto per visitare la sua roba, fu colto da un comico terrore quando notò la scomparsa del pianoforte a coda dalla gran sala.

Il minuetto di Boccherini e la marcia turca di Mozart non produssero l’effetto che l’ammalata sperava, e lo confessò essa stessa svegliandosi, mentre la contessina Beatrice, credendo che avesse chiuso gli occhi per crescere il godimento, sonava ancora.

— Non è la musica che mi bisogna, disse l’ammalata, ho sbagliato; siamo tutti soggetti all’errore, bimba mia; sì, l’uomo è una creatura soggetta all’errore.

— Come la donna, aggiunse Beatrice ridendo, nel chiudere il pianoforte.

— Ma che cosa mai mi piacerebbe? Lo sai tu, fringuellino mio, che cosa mi piacerebbe?

Beatrice non lo sapeva. Ma la suocera, pensandoci molto, trovò che forse una fetta d’ananasso e un bicchiere di vino del Reno, — non era sicura, ma forse... sì, forse, una fetta d’ananasso e un bicchiere di vino del Reno...

Le fu portata prontamente ogni cosa; invano; l’uomo e la donna sono due fragili creature soggette all’errore, e la contessa Veronica aveva sbagliato ancora.

Il conte Cosimo, durante queste scenette che si rinnovavano con poche varianti ogni giorno, entrava più volte nella camera, si avvicinava al letto di sua madre, costringendo il proprio sguardo a splendere e le proprie labbra a sorridere; ma aveva le mosse a scatti, la parola breve e rauca, e nella faccia pallida un misto di bontà inquieta, di irresoluzione e di disgusto.