Per fortuna sua madre da molto tempo non si occupava che di sè stessa, e sua moglie girava la testina leggiadra colla spensieratezza d’un fringuello, come se avesse la missione di passare sulla terra senza riconoscere il dolore.

Il povero conte era dunque lasciato solo a portare il peso di un segreto, che l’opprimeva! Solo no; se Ambrogio da un anno camminava più curvo, era perchè molto gli pesava la confidenza avuta, e molto tutto ciò che egli era venuto indovinando man mano cogli occhi dell’affetto. Vi era di peggio: il buio, in cui il povero vecchio doveva camminare tentoni, sapeva Dio fino a quando; perchè quel cuor d’oro, quell’anima bella, quell’uomo generoso, il conte Cosimo, in una parola, aveva avuto il torto di mettere il vecchio al cospetto d’una rovina e di lasciarlo solo a frugare nei rottami. Ambrogio aveva frugato molto; ma molto gli rimaneva da frugare, e in sostanza non sapeva ancora dare un nome al disastro.

Era il fallimento, collo strascico vergognoso de’ debiti non pagati, od era semplicemente la povertà? Chi sa! forse nè l’uno nè l’altro; un’agiatezza modesta forse, una vita borghese, che renderebbe infelicissima la contessa Veronica, ma non già il conte Cosimo. Quell’uomo aveva la fibra capace di sopportare il dolore, Ambrogio ne era sicuro — ma come lo sopporterebbe la contessa Beatrice? Alla fragile donnina rimarrebbe, è vero, la sua dote, ma ahi! la sua dote non era gran cosa; anche gli antenati di Beatrice nel giro dei secoli si erano coperti di gloria e spogliati quasi interamente del resto; negli ultimi tempi, per oscurare una borghesia sfacciata, avevano speso anche essi un po’ più delle loro rendite; nondimeno Beatrice, andando a nozze, aveva ancora portato la dote; molte amiche sue, discendenti dagli eroi di Terra Santa, non potevano vantare altrettanto.

Ma era poi integra la dote della contessa Beatrice?

Ambrogio, a forza d’interrogare nel buio, si trovava preparato a tutto. Ma intanto, quando il signor Cilecca veniva ad informarsi della salute della contessa Veronica, il vecchio non gustava neppure il sapore della malignità rispondendogli che si notava nell’inferma un leggiero miglioramento, che la paralisi progressiva sembrava essersi arrestata e che il medico non disperava di salvarla.

Il disgraziato Cilecca gemeva, lasciandosi cadere nelle mani l’occhialetto, e Ambrogio pensava che quello strozzino non era un ipocrita, che egli gemeva apertamente, alla luce del sole, mentre lui, il generoso Ambrogio, quando si lasciava sfuggire un sospiro, era costretto a lasciarlo andare solo, perchè non sapeva bene dove lo avrebbe menato. La coscienza turbata non gli faceva ancora dei rimproveri aperti; ma era quasi peggio, perchè così egli continuava forse il proprio peccato senza potersi nè discolpare nè pentire.

E qual’era il suo peccato? Più volte aveva creduto di indovinarlo, rannicchiato nel proprio cuore come un codardo, ma non lo vide bene, nella sua mostruosità orrenda, se non una mattina che la contessa Veronica, sentendosi un po’ meglio, aveva annunziato dal suo letto che era guarita e che il giorno anniversario della sua nascita, il fausto 15 aprile, avrebbe dato una festa da sbalordire tutta Milano — Sta allegro Ambrogio! E Ambrogio si era provato, aveva sorriso, aveva riso, l’ipocrita, aveva detto anche qualche parolina incoraggiante, mentre nel fondo nero del cuore, il suo peccato gli si mostrava tutto, ed egli lo guardava senza ribrezzo. E qual’era il suo peccato? Era un desiderio, ma un desiderio robusto, impaziente, feroce che la contessa Veronica si decidesse a togliere l’incomodo a’ suoi cari e se ne andasse ad un mondo migliore, su cui non gravano le ipoteche.

Invano Ambrogio ricordò che da vent’anni la contessa Veronica gli aveva consegnato le chiavi della casa, che era stata con lui generosa, che anche quando la salute florida le permetteva e il temperamento le consigliava di dar largamente della bestia alla gente plebea, con lui non ne aveva abusato. Tutte queste riflessioni servivano a rendere Ambrogio più docile ai capricci dell’inferma, più maligno col Cilecca, più scontento di sè, ma a nient’altro; ed egli era press’a poco sicuro che quando l’anima della contessa Veronica fosse tornata al Creatore, il proprio peccato uscendogli finalmente dal cuore, avrebbe gridato: Deo gratias!

I giorni passavano, e Ambrogio che veniva interrogando ad ogni ora la faccia del conte Cosimo, vi leggeva cose nere, miserabili cose. Non giungeva più corriere che non portasse a quel povero rampollo dei crociati una lettera di qualche creditore indiscreto, che domandava villanamente d’esser pagato; e una volta la domanda fu presentata in carta bollata da un piccolo usciere, il quale sul pianerottolo della scala, a dodici metri di distanza dal suolo sottostante e alla presenza di Ambrogio, si era nondimeno sentito così sicuro e così forte in nome della legge, da chiedere la penna e il calamaio per riempire una lacuna lasciata nello scritto.

Ambrogio afferrò la carta bollata con una mano, spinse coll’altra l’usciere, stando nei limiti della legalità, e se ne andò nella propria camera per aver tempo a riflettere sul caso nuovo. Non si trattava che di tre mila lire, e Ambrogio, guardandosi intorno come chi sta per commettere una cattiva azione, aprì un cassetto dove celava al mondo i propri risparmi.